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Cronaca

Lampedusa, il dolore dei sopravvissuti all’ultimo naufragio: Fakadu ha perso i suoi tre figli

A tredici anni dalla tragedia del 3 ottobre 2013, Lampedusa torna a confrontarsi con il dolore di chi attraversa il Mediterraneo e non riesce ad arrivare a destinazione insieme ai propri cari.

Mentre sull’isola si svolgono le commemorazioni della Giornata della memoria e dell’accoglienza, nell’hotspot di Contrada Imbriacola si trovano i sopravvissuti dell’ultimo naufragio avvenuto a poche miglia dalle coste lampedusane, il 29 settembre.

Attualmente nella struttura sono ospitate circa 290 persone. La permanenza media, secondo quanto riferito dal consigliere provinciale di Cremona Edoardo Vola dopo una visita nell’hotspot, è di tre o quattro giorni. Le prime procedure di identificazione vengono effettuate sull’isola, mentre in occasione degli arrivi più numerosi gli adulti possono essere trasferiti verso altri luoghi di frontiera in Sicilia. Le procedure riguardanti i minori continuano invece a essere gestite a Lampedusa.

Tra le persone ancora presenti nel centro ci sono le donne sopravvissute all’ultima tragedia.

Fakadu e i tre figli perduti in mare

La storia più drammatica è quella di Fakadu. La donna viaggiava insieme ai suoi tre figli. Nessuno dei bambini è riuscito a sopravvivere.

«Quando siamo finiti in acqua ho perso due dei miei figli che sono ancora dispersi, il più piccolo mi è scivolato dalle braccia mentre provavo a trarlo in salvo», ha raccontato.

Di uno dei figli, Aman, 9 anni, è stato recuperato il corpo. Fakadu ha dovuto affrontarne il riconoscimento nel poliambulatorio di Lampedusa.

Il bambino era tra le vittime recuperate dall’Aurora, nave dell’Ong Sea-Watch intervenuta durante le operazioni di soccorso. Insieme al suo corpo è stato recuperato quello di un uomo di 46 anni.

Il capitano dell’Aurora, Stefano, ha raccontato che erano circa le quattro del mattino quando i soccorritori hanno raggiunto cinque persone rimaste sull’imbarcazione. I superstiti hanno riferito della presenza di due cadaveri e di altre persone che erano riuscite a trovare riparo su una piattaforma.

Dopo aver portato a bordo i cinque naufraghi e recuperato i due corpi, l’equipaggio si è diretto verso la struttura per soccorrere gli altri superstiti.

Il numero esatto dei dispersi resta incerto. Secondo le testimonianze raccolte dopo il salvataggio, alcune persone sarebbero annegate mentre tentavano di raggiungere la piattaforma, mentre di altre si sarebbero perse completamente le tracce. La stima riferita dai soccorritori è di circa sei o sette dispersi.

Il gommone spezzato dopo quattro ore di navigazione

Secondo il racconto di Fakadu, l’imbarcazione era partita dalle coste libiche intorno alle tre di notte.

Dopo circa quattro ore di navigazione il gommone avrebbe ceduto, aprendosi e spezzandosi in due. Nel caos che ne è seguito, le persone a bordo hanno tentato di aggrapparsi ai tubolari e a ciò che rimaneva dell’imbarcazione.

I naufraghi si sono quindi divisi in due gruppi. Alcuni sono rimasti aggrappati ai resti del gommone, mentre altri sono riusciti a raggiungere una piattaforma e a salirvi.

Fakadu era tra questi ultimi.

La donna sostiene che prima della tragedia il gruppo avesse cercato ripetutamente di ottenere soccorso: «Abbiamo cercato aiuto tante ore prima del naufragio, ma nessuno è arrivato».

Le persone rimaste in mare sono state successivamente recuperate dall’Aurora durante la notte. Il gruppo che aveva trovato riparo sulla piattaforma è stato invece soccorso nelle ore successive.

Tre donne rimaste sole a Lampedusa

Quella di Fakadu non è l’unica storia di lutto tra i superstiti.

Nell’hotspot si trova anche un’altra madre, Lemlem, che nel naufragio ha perso due figli, di 20 e 14 anni. Un terzo figlio, più piccolo, è invece sopravvissuto.

Un’altra donna, Rosa, piange la morte della propria sorella.

Fakadu, Lemlem e Rosa sono rimaste sull’isola mentre attorno a loro Lampedusa ricorda le centinaia di persone morte nel naufragio del 3 ottobre 2013.

Fu proprio quella tragedia a diventare uno dei simboli della crisi migratoria nel Mediterraneo e a contribuire all’istituzione della Giornata della memoria e dell’accoglienza.

Quasi 27mila morti nel Mediterraneo Centrale dal 2014

Il naufragio del 29 settembre si inserisce in una tragedia molto più vasta.

Dal 2014, anno in cui l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha avviato una raccolta sistematica dei dati sulle vittime delle rotte migratorie, nel Mediterraneo Centrale sono state documentate quasi 27mila morti.

Una cifra equivalente, in termini puramente numerici, a una tragedia delle dimensioni di quella del 3 ottobre 2013 ripetuta all’incirca ogni due mesi per tredici anni.

La rotta del Mediterraneo Centrale continua infatti a essere una delle più pericolose al mondo e concentra circa tre quarti delle morti documentate nell’intero Mediterraneo negli ultimi dodici anni.

A Lampedusa, così, memoria e presente finiscono ancora una volta per sovrapporsi.

Da una parte ci sono le commemorazioni per le persone morte tredici anni fa. Dall’altra ci sono i superstiti appena arrivati, i dispersi che ancora non hanno un nome e le famiglie spezzate dall’ennesimo naufragio.

E c’è Fakadu, sopravvissuta al mare ma rimasta senza i suoi tre figli.

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