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Centodue anni fa crollava il Campanile di San Marco a Venezia

(di Maurizio Scialdone) – Il 14 luglio di 102 anni fa, era il 1902, crollava il Campanile di San Marco a Venezia. Il grande edificio venne giù sbriciolandosi, probabilmente, a causa di una fessurazione verificatasi durante una tempesta di fulmini avvenuta nel 1745. Ben cento cinquant’anni prima. In quel crollo, devastante per proporzioni, si salvò solo la campana, la “Marangona”, il resto era macerie. Nel 1904  il parlamento dell’allora ancora Regno d’Italia ne decise la ricostruzione finanziando l’opera con ben 500 mila lire. I lavori terminarono nel 1913 e da quell’anno Venezia riebbe il suo Campanile.

Crollo Campanile di VeneziaSi poneva, quindi, anche in Italia, come nel resto d’Europa, il problema del “restauro filologico, ovvero del “dov’era, com’era” (frase divenuta celebre proprio in quell’occasione). Problema ancora più sentito a Venezia, in questo caso, poichè il Campanile rappresentava il vero e proprio “Padrone di Casa” (così era chiamato). Era sensato ricostruire il Campanile esattamente com’era e nelle stesso posto? Le teorie del periodo, prevalentemente quelle di John Ruskin, non erano ancora state confutate, tant’è che anche nella scuola Italiana, Gustavo Giovannoni in testa, si pensava che ricostruire il Campanile lì dov’era e com’era fosse l’unica soluzione. La torre, oltretutto, era stata restaurata già diverse volte nel corso degli anni e quasi sempre per lo stesso motivo. Fulmini. E anche un terremoto.

Come andò è storia nota. il Campanile fu ricostruito com’era e dov’era. Ma molti storici e teorici storsero parecchio il naso. Lo stesso Cesare Brandi in un famoso testo di “Teoria del Restauro” del 1963 ebbe a dire che: “il rifacimento del Campanile di San Marco che è piuttosto una copia che un rifacimento, ma funziona da rifacimento per l’ambiente urbanistico che completava, ripropone il problema della copia ricollocata al posto dell’originale…” . Come a dire che una copia di un manufatto, un falso, ricollocato in un contesto urbano o storico, comunque ne falsifica anche il contesto stesso.

Le teorie del “dov’era ma non com’era” sono invece frutto di studi successivi. Ma pongono un interrogativo, non tanto sul tipo di restauro, quanto sul simbolo a cui si dovrebbe rinunciare. Sarebbe stato giusto non ricostruire il Campanile esattamente com’era stato concepito? Sarebbe stato giusto non conservare memoria storica di un manufatto che, nel bene o nel male, ha rappresentato un simbolo per Venezia? Sarebbe stato giusto privare l’osservatore di un manufatto che comunque lo si voglia vedere, nel 1500, con i suoi 98 metri di altezza, rappresentava un progetto ardito?

 

 

 

 

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