Celestini : “l’uomo moderno discrimina il diverso perché ha paura”

NAPOLI (di Daniele Pallotta) – Ascanio Celestini ha dato voce ai pensieri di una umanità che discrimina non solo coloro che sono ritenuti diversi, ma anche chiunque possa mettere in discussione le fondamenta della cultura dominante. Prima dell’inizio dello spettacolo uno studente dal palco ha ricordato la carica della polizia di cui sono stati vittime studenti e artisti del San Carlo, l’arresto di due cicloamatori avvenuto l’8 dicembre, e ha invitato tutti a sostenere le manifestazioni di protesta contro il governo.
“La fila indiana – il razzismo è una brutta storia” andato in scena al teatro Galleria Toledo, vede Celestini impegnato nel mostrare i nervi tesi di persone comuni assorbite nel marasma della disumanizzazione. Il regista e attore riproduce, attraverso frammenti concatenati e con un linguaggio crudo e violento, le parole pensate da un frustrato che detesta un barista senza alcun motivo ma che con lui ritrova una fratellanza nazionalista nell’allontanare un venditore ambulante extracomunitario (“ti ho già dato un’euro con l’sms, ora un altro ne vuoi”); da un omofobo incattivito (“anche Dio odia i froci, per questo ha inventato l’AIDS”); di uno pseudo intellettuale razzista (“Otello è la storia di un negro che finisce male”).
La fila indiana. Con l’unico accompagnamento di un chitarrista, e con in scena solo un leggio ed una sedia, si materializzano sul palco vicende surreali, ma intrise di realtà. La infinita fila indiana di persone che non conoscono il proprio nome, ma solo il proprio numero nella fila, e che uccideranno chi dirà di chiamarsi con un vero nome, è una denuncia della omologazione passiva che teme la verità al punto da odiarla. La fila indiana è un tema ricorrente nello spettacolo: la domenica i soli posti dove si fa una fila sono le chiese, per prendere l’ostia, lo stadio, per fare il biglietto, e i supermercati, alla cassa, luoghi di distrazione delle coscienze. Celestini non ama la fila indiana, ama il cerchio, in cui ogni persona è equidistante e uguale; ma questo genere di circolarità è osteggiato dal potere. Potere che necessita di file indiane, in cui l’ultimo verrà eliminato dal penultimo, in un gioco al massacro in cui solo chi tiene i fili del burattino, ossia i potentati politici ed economici, non è a rischio: tra neri, cinesi, obesi, omosessuali, poveri, verrà incentivata una lotta intestina, che indebolirà chi è già emarginato, preservando nella sua torre d’avorio l’autorità responsabile della crisi.
Attenzione a chi dice di non essere razzista. Il monologo si fermava alcune volte per far ascoltare le voci registrate di alcuni esponenti della Lega durante i loro comizi: nell’audio originale si ascoltano insulti a islamici e “culattoni”. Suggerisce di fare attenzione ai veri razzisti, che spesso non sanno di esserlo e dicono “io non sono razzista, però…” e in quel però si sente puzza di “negro bruciato”. Dell’Africa, l’Occidente non vuole conoscere il passato, è l’amara constatazione. Ripetuti i riferimenti a “Gianfranco Bossi Fini”, e la derisione delle sue discordanti prese di posizione in materia di diritti delle categorie emarginate.
L’uomo cosa. Celestini racconta il dramma dell’uomo moderno dell’essere diventato cosa, e non persona : “mio padre all’ospedale è una cosa col catetere, mia madre è un tappeto, io sono una cosa, il mondo non è l’umanità, è un magazzino”. E attacca Marchionne, che “vuole bene agli operai italiani, ma preferisce sfruttare quelli serbi”.
La dichiarazione dadaista del papa. L’aver detto in una conferenza in Africa, continente martoriato dall’AIDS, di non fare uso del preservativo, dichiarazione fatta da papa Benedetto XVI, è talmente assurdo da essere “un atto dadaista”. Altro spunto di riflessione: “forse Dio non esisterebbe se non ci fosse la paura”.
Chi sarà all’altezza di tanta bassezza? Celestini conclude col racconto di Tony mafioso, un ruffiano che ama il linguaggio rozzo perché sa di riscuotere successo, di un palazzinaro, di un padre snaturato, di un criminale, di un tiranno che, tuttavia, sembra un male necessario in questa società. E ora che sembra che in Italia un tiranno sia al tramonto, “chi sarà all’altezza di tanta bassezza?”.
Quest’ultima domanda è stata rivolta all’autore stesso alla fine dello spettacolo. Celestini ha allargato le braccia, impossibile prevederlo. “Ma dobbiamo capire che se un tiranno va al potere è perché la gente lo ha votato e perché esiste un sistema che gli permette di fare certe cose. Il problema si estende ben oltre la figura di un solo tiranno, e non si estinguerà con la sua caduta”. Viene in mente quello che Giorgio Bocca si sentì dire da un giornalista inglese dopo la fine della II guerra mondiale “State attenti, voi Italiani, che il germe del fascismo è ancora nella vostra terra”.
Ad Ascanio è stato anche chiesto se suo figlio assiste ai suoi spettacoli: “Sì, ma per fortuna spesso si addormenta. Spero non ripeta a scuola quello che io dico sul palco”.
