A Palazzo de Liguoro “La Chimica di Amleto” di Heiner Müller
NAPOLI (di Cristina Cipriani) – «Io non sono Amleto. Non recito più alcuna parte. Le mie parole non dicono più niente. I miei pensieri succhiano il sangue alle immagini. Il mio dramma non ha più luogo».
È il maggiordomo di Shakespeare che ha appena finito di interpretare il ruolo di Amleto o è ancora il protagonista del dramma a proferire queste parole?

L’opera teatrale di Müller gioca proprio su questi continui equivochi, che vede in scena l’anti-eroe per eccellenza, Amleto che, interpretato a Palazzo de Liguoro da Pierre Lucat (attore italo-francese che ha recitato nel 2009 in «Noi Credevamo» di M. Martone) e diretto da Renaud Lesuyer, ha appena terminato d’incarnare il protagonista del dramma shakespeariano, ma dal quale non riesce a liberarsene.
Se nella versione originale del 1977 «Hamletmaschine» Amleto è accompagnato da un solo testimone, Orazio, il nuovo allestimento di Renaud Lesuyer isola maggiormente l’anti-eroe, i cui tormentati monologhi sono sottolineati dalla partecipazione involontaria di tre spettatori, che seduti davanti al folle rappresentano i suoi massimi fantasmi: lo zio Claudio, re di Danimarca, la madre Gertrude, regina di Danimarca e Ofelia, figlia di Polonio primo Consigliere del re Claudio.
Amleto oltre ad essere un anti-eroe è evidente che per artisti, filosofi e letterati di ogni epoca e lingua sia un personaggio che si presta facilmente ad assumere il ruolo simbolico di messa in discussione di ogni asserto di verità a prescindere dal momento storico in cui questi sia innalzato a prototipo di una nuova civiltà.
Pertanto, Pierre Lucat si trova a dover fare i conti con un personaggio dai mille volti e che Müller decide di presentare come chi ha il compito di essere espressione della spaccatura tra epoche passate e presenti, la cui riflessione nella versione di Renuad Lesuyer, in cui sono assenti gli altri protagonisti, oltrepassa il convenzionale monologo per diventare un inconsueto dialogo tra uno Shakespeare perseguitato dai suoi personaggi e il maggiordomo – Amleto, tra l’Amleto di Shakespeare e i suoi fantasmi, tra il nuovo Amleto e le sue passate interpretazioni letterarie, da Goethe a Eliot, da Ferdinand Freligrath a Becket, da Gennet a Turghenev. Portando, nella pièce di Müller, il protagonista a meditare, in un periodo di cambiamento come la caduta del muro di Berlino, sull’illusione delle utopie, sull’impossibilità di Amleto, come scriveva anche Goethe in «Wilhelm Meister», ed anche dell’intellettuale contemporaneo di affrontare un difficile mutamento sociale, politico, economico e culturale, perché strettamente legato al proprio ruolo di macchina o servitore di chi gestisce la società.
