Caso Regeni, tre 007 egiziani condannati a dieci anni per il sequestro: cade l’accusa di omicidio
Tre condanne a dieci anni di reclusione e un’assoluzione. Si chiude così in primo grado il processo davanti alla Corte d’Assise di Roma per il sequestro e la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 2 febbraio successivo lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria.
Dopo circa otto ore di camera di consiglio, i giudici hanno riconosciuto la responsabilità di tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di persona, senza però ritenere sufficienti gli elementi per una condanna per l’omicidio.
Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed sono stati condannati a dieci anni di reclusione. Per Sharif l’accusa aveva chiesto l’ergastolo, attribuendogli anche l’uccisione del giovane ricercatore. Il generale Tariq Sabir, quarto imputato, è stato invece assolto da tutte le accuse.
Riconosciuto il sequestro
Il punto centrale della sentenza riguarda quanto avvenuto il 25 gennaio 2016. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Regeni venne prelevato al Cairo da uomini appartenenti agli apparati egiziani e successivamente condotto in una struttura nella periferia della capitale nella disponibilità dei servizi segreti.
È su ciò che sarebbe accaduto successivamente che il quadro probatorio, secondo il verdetto, non ha consentito di arrivare a una condanna per l’omicidio.
Restano quindi senza una responsabilità penale individuale accertata in questo processo le torture subite dal ricercatore e la sua morte. Il corpo di Regeni fu ritrovato il 2 febbraio 2016 con evidenti segni di violenza.
La famiglia – i genitori Paola e Claudio Regeni e la sorella Irene – ha accolto la lettura del dispositivo in aula. Attraverso la legale Alessandra Ballerini, i familiari hanno sottolineato la fiducia riposta nella giustizia dopo una battaglia durata oltre dieci anni.
La Procura: «L’impianto accusatorio ha retto nella parte sostanziale»
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha sottolineato che la sentenza riconosce come le condotte accertate siano state poste in essere da persone appartenenti agli apparati dello Stato egiziano.
La Procura evidenzia inoltre le difficoltà incontrate nel corso delle indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta fin dall’inizio, ha definito il verdetto una «sentenza storica».
Per i magistrati, dalla lettura del dispositivo emerge che gli elementi raccolti non sono stati considerati sufficienti per attribuire specificamente al maggiore Sharif l’omicidio che seguì al sequestro.
La Procura attenderà ora il deposito delle motivazioni, previsto entro 90 giorni, prima di decidere se impugnare la parte della sentenza relativa alle assoluzioni.
I risarcimenti
La Corte ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei tre condannati.
Per ciascuno di loro sono stati stabiliti 200 mila euro in favore del padre di Giulio Regeni e altrettanti per la madre, oltre a 100 mila euro per la sorella Irene e 150 mila euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Le somme costituiscono una prima anticipazione del risarcimento riconosciuto alle parti civili.
Le reazioni politiche
La sentenza ha immediatamente suscitato reazioni anche nel mondo politico.
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein, presente all’esterno del tribunale di Roma, ha incontrato e abbracciato i genitori di Regeni. Schlein ha sottolineato il ruolo svolto dalla Procura e dalla famiglia nella ricerca della verità e ha sostenuto che il verdetto renda ormai accertato il coinvolgimento di uomini appartenenti ai servizi egiziani nel sequestro.
Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni ha chiesto invece al governo italiano di modificare i rapporti con il Cairo e di ottenere dalle autorità egiziane la consegna dei responsabili del sequestro e una maggiore collaborazione con la magistratura italiana.
È intervenuto anche Matteo Renzi, ricordando che durante il suo governo l’Italia richiamò l’ambasciatore al Cairo in seguito alla morte del ricercatore. Renzi ha inoltre osservato che i rapporti diplomatici con l’Egitto sono stati successivamente ripristinati e mantenuti dai governi che si sono succeduti.
Una verità giudiziaria ancora incompleta
A più di dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, la sentenza della Corte d’Assise di Roma stabilisce dunque un punto giudiziario rilevante: il ricercatore italiano fu sequestrato e tre appartenenti agli apparati egiziani sono stati ritenuti responsabili di quel reato.
Resta invece aperto il capitolo più drammatico della vicenda: chi abbia torturato e ucciso Regeni e quali siano state le responsabilità individuali nella fase successiva al sequestro.
Per conoscere nel dettaglio il ragionamento seguito dalla Corte bisognerà attendere le motivazioni della sentenza. Solo dopo il loro deposito sarà possibile comprendere quali elementi abbiano portato i giudici a distinguere le responsabilità per il sequestro da quelle per l’omicidio e se la Procura deciderà di presentare appello.
Dopo circa otto ore di camera di consiglio, i giudici hanno riconosciuto la responsabilità di tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di persona, senza però ritenere sufficienti gli elementi per una condanna per l’omicidio.
Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed sono stati condannati a dieci anni di reclusione. Per Sharif l’accusa aveva chiesto l’ergastolo, attribuendogli anche l’uccisione del giovane ricercatore. Il generale Tariq Sabir, quarto imputato, è stato invece assolto da tutte le accuse.
Riconosciuto il sequestro
Il punto centrale della sentenza riguarda quanto avvenuto il 25 gennaio 2016. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Regeni venne prelevato al Cairo da uomini appartenenti agli apparati egiziani e successivamente condotto in una struttura nella periferia della capitale nella disponibilità dei servizi segreti.
È su ciò che sarebbe accaduto successivamente che il quadro probatorio, secondo il verdetto, non ha consentito di arrivare a una condanna per l’omicidio.
Restano quindi senza una responsabilità penale individuale accertata in questo processo le torture subite dal ricercatore e la sua morte. Il corpo di Regeni fu ritrovato il 2 febbraio 2016 con evidenti segni di violenza.
La famiglia – i genitori Paola e Claudio Regeni e la sorella Irene – ha accolto la lettura del dispositivo in aula. Attraverso la legale Alessandra Ballerini, i familiari hanno sottolineato la fiducia riposta nella giustizia dopo una battaglia durata oltre dieci anni.
La Procura: «L’impianto accusatorio ha retto nella parte sostanziale»
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha sottolineato che la sentenza riconosce come le condotte accertate siano state poste in essere da persone appartenenti agli apparati dello Stato egiziano.
La Procura evidenzia inoltre le difficoltà incontrate nel corso delle indagini a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta fin dall’inizio, ha definito il verdetto una «sentenza storica».
Per i magistrati, dalla lettura del dispositivo emerge che gli elementi raccolti non sono stati considerati sufficienti per attribuire specificamente al maggiore Sharif l’omicidio che seguì al sequestro.
La Procura attenderà ora il deposito delle motivazioni, previsto entro 90 giorni, prima di decidere se impugnare la parte della sentenza relativa alle assoluzioni.
I risarcimenti
La Corte ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei tre condannati.
Per ciascuno di loro sono stati stabiliti 200 mila euro in favore del padre di Giulio Regeni e altrettanti per la madre, oltre a 100 mila euro per la sorella Irene e 150 mila euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Le somme costituiscono una prima anticipazione del risarcimento riconosciuto alle parti civili.
Le reazioni politiche
La sentenza ha immediatamente suscitato reazioni anche nel mondo politico.
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein, presente all’esterno del tribunale di Roma, ha incontrato e abbracciato i genitori di Regeni. Schlein ha sottolineato il ruolo svolto dalla Procura e dalla famiglia nella ricerca della verità e ha sostenuto che il verdetto renda ormai accertato il coinvolgimento di uomini appartenenti ai servizi egiziani nel sequestro.
Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni ha chiesto invece al governo italiano di modificare i rapporti con il Cairo e di ottenere dalle autorità egiziane la consegna dei responsabili del sequestro e una maggiore collaborazione con la magistratura italiana.
È intervenuto anche Matteo Renzi, ricordando che durante il suo governo l’Italia richiamò l’ambasciatore al Cairo in seguito alla morte del ricercatore. Renzi ha inoltre osservato che i rapporti diplomatici con l’Egitto sono stati successivamente ripristinati e mantenuti dai governi che si sono succeduti.
Una verità giudiziaria ancora incompleta
A più di dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, la sentenza della Corte d’Assise di Roma stabilisce dunque un punto giudiziario rilevante: il ricercatore italiano fu sequestrato e tre appartenenti agli apparati egiziani sono stati ritenuti responsabili di quel reato.
Resta invece aperto il capitolo più drammatico della vicenda: chi abbia torturato e ucciso Regeni e quali siano state le responsabilità individuali nella fase successiva al sequestro.
Per conoscere nel dettaglio il ragionamento seguito dalla Corte bisognerà attendere le motivazioni della sentenza. Solo dopo il loro deposito sarà possibile comprendere quali elementi abbiano portato i giudici a distinguere le responsabilità per il sequestro da quelle per l’omicidio e se la Procura deciderà di presentare appello.

