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Legge elettorale, via libera del Senato: 113 sì. Il centrosinistra attacca: «È una truffa»

Il Senato ha dato il via libera alla nuova legge elettorale. L’Aula di Palazzo Madama ha approvato la riforma con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti, al termine di una seduta caratterizzata da forti tensioni tra maggioranza e opposizioni.

Il provvedimento, ribattezzato nel dibattito politico e giornalistico “Melonellum” o “Stabilicum”, torna adesso alla Camera per quello che dovrebbe essere l’ultimo passaggio parlamentare. Proprio a Montecitorio, però, nei mesi scorsi erano emerse divisioni all’interno del centrodestra, in particolare sul tema delle preferenze.

La nuova legge cambia profondamente il sistema attualmente in vigore, il Rosatellum del 2017. L’impianto è proporzionale, ma prevede un consistente premio di maggioranza per la coalizione capace di superare il 42% dei voti.

Premio di maggioranza: fino a 70 seggi in più alla Camera

Il meccanismo stabilisce che i seggi siano distribuiti in linea generale in proporzione ai voti ottenuti dalle diverse forze politiche. Se, però, una coalizione supera il 42%, scatta il premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Sono comunque previsti dei limiti. La coalizione vincente non potrà superare complessivamente 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200.

Nell’eventualità in cui due coalizioni superassero contemporaneamente la soglia del 42%, il premio andrebbe a quella con il maggior numero di voti. Se nessuno raggiungesse la soglia, invece, il premio non scatterebbe e la distribuzione dei seggi resterebbe proporzionale.

I parlamentari assegnati attraverso il premio saranno individuati tramite un “listone” predisposto prima delle elezioni. I candidati inseriti al suo interno dovranno essere anche capilista nei collegi.

Un’altra novità riguarda l’indicazione del candidato alla guida del governo: ogni coalizione dovrà riportare sulla scheda elettorale il nome della persona proposta come presidente del Consiglio.

Tornano le preferenze, ma restano i capilista bloccati

Uno dei punti più discussi della riforma riguarda il ritorno delle preferenze. Si tratta, tuttavia, di un ritorno soltanto parziale.

In ciascun collegio gli elettori troveranno una lista di candidati. Il capolista resterà bloccato, quindi sarà stabilito dal partito e sarà il primo a essere eletto nel caso in cui la lista conquisti almeno un seggio.

Sotto il capolista saranno presenti altri sei candidati e l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze.

Il sistema ha provocato forti critiche da parte delle opposizioni, secondo cui una quota rilevante dei futuri parlamentari continuerà di fatto a essere determinata dalle scelte delle segreterie dei partiti.

La questione si intreccia anche con quella della rappresentanza femminile. Per i capilista, infatti, non è prevista l’alternanza obbligatoria di genere: un partito potrebbe quindi presentare, in teoria, tutti uomini come capilista.

È previsto invece che il secondo candidato della lista sia di genere diverso dal primo. Regole più stringenti riguardano il “listone” utilizzato per il premio di maggioranza, nel quale nessuno dei due generi potrà superare il 60% dei candidati.

Soglia di sbarramento al 3%

La nuova legge conferma una soglia di sbarramento nazionale del 3%. Le liste che non raggiungono questa percentuale, in linea generale, resteranno fuori dal Parlamento.

È prevista però un’eccezione per le coalizioni che superano il 10%: al loro interno potrà ottenere rappresentanza anche una lista rimasta sotto il 3%, ma soltanto la più votata tra quelle che non hanno raggiunto la soglia.

Una norma pensata per limitare la frammentazione politica, ma che potrebbe avere conseguenze importanti soprattutto per i partiti più piccoli.

Nuovi partiti, servono circa 450mila firme

Tra le disposizioni che hanno provocato le polemiche più accese c’è quella relativa alla raccolta delle firme necessarie per presentare nuove liste.

Con il Rosatellum, un partito privo di rappresentanza parlamentare deve raccogliere almeno 1.500 firme per collegio. Con la nuova normativa il numero salirebbe a 6mila firme.

Per una forza politica intenzionata a presentarsi in tutti i collegi significherebbe raccogliere complessivamente circa 450mila sottoscrizioni.

A rendere ancora più difficile il percorso per le nuove formazioni politiche è l’esclusione della possibilità di utilizzare le firme digitali online.

È proprio questo uno degli aspetti sui quali si concentrano maggiormente le accuse delle opposizioni, che vedono nella norma una barriera particolarmente elevata all’ingresso di nuovi soggetti politici.

Centrosinistra all’attacco: cartelli con la scritta “Truffa”

Il clima a Palazzo Madama è diventato particolarmente teso durante le dichiarazioni di voto.

Il capogruppo del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini ha mostrato in Aula alcuni cartelli, tra cui uno con la scritta “Truffa”. Un gesto criticato dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che lo ha definito una «caduta di stile».

Pirondini ha replicato contestando l’intervento del presidente dell’Assemblea.

Duro anche Matteo Renzi, che ha accusato la maggioranza di aver modificato le proprie posizioni per ragioni di convenienza politica.

«Il problema non è l’esigenza di stabilità, è che avete paura di perdere», ha affermato Renzi, sostenendo che il meccanismo delle preferenze approvato oggi sarebbe simile a soluzioni criticate in passato dalla stessa Giorgia Meloni.

Lo scontro ha coinvolto anche il Partito democratico. Il capogruppo dei senatori dem Francesco Boccia ha attaccato la maggioranza sulla rappresentanza di genere: «State cacciando le donne dal Parlamento».

Secondo il Pd, la combinazione tra capilista bloccati e assenza dell’obbligo di alternanza di genere potrebbe determinare una forte riduzione della presenza femminile nelle Camere.

La Lega: «Salvini tornerà al Viminale»

Di tutt’altro tenore l’intervento della Lega. Il senatore Andrea Paganella ha rivendicato l’obiettivo della maggioranza di garantire maggiore stabilità agli esecutivi.

«Diventerà una cosa normale che un governo inizi la legislatura e la finisca», ha dichiarato, aggiungendo che il centrodestra punta a governare per altri cinque anni con Giorgia Meloni presidente del Consiglio.

Paganella ha poi rilanciato anche sul futuro di Matteo Salvini, affermando che il leader leghista tornerà a occuparsi di immigrazione e sicurezza come ministro dell’Interno. Secondo il senatore, Salvini avrebbe dovuto ricoprire l’incarico già nell’attuale legislatura, ma ne sarebbe stato impedito da quello che ha definito un «complotto giuridico e mediatico».

La scelta della Lega di affidare la dichiarazione di voto a Paganella e non al capogruppo Massimiliano Romeo ha attirato attenzione anche alla luce delle tensioni interne al partito. Anche Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno scelto esponenti diversi dai rispettivi capigruppo per intervenire prima del voto.

Ora la partita decisiva si sposta alla Camera

Con il voto del Senato, la riforma entra nella sua fase conclusiva, ma il passaggio alla Camera non è considerato una semplice formalità.

Proprio a Montecitorio, a luglio, la maggioranza era stata battuta per un solo voto su un emendamento relativo alle preferenze, nonostante la proposta fosse formalmente sostenuta da tutti i partiti del centrodestra. Il voto segreto aveva fatto emergere divisioni interne alla coalizione.

Il testo approvato dal Senato contiene ora un compromesso sulle preferenze, sulla soglia per il premio di maggioranza e sulle norme destinate a limitare la proliferazione dei piccoli partiti.

Alla Camera, quindi, la sfida principale sarà quella sull’approvazione complessiva della riforma.

Il centrosinistra potrebbe chiedere nuovamente il voto segreto. Un’eventuale bocciatura rappresenterebbe un colpo politico pesantissimo per la maggioranza e potrebbe aprire una crisi nel centrodestra, fino a riportare nel dibattito l’ipotesi delle elezioni anticipate.

Uno scenario che al momento appare improbabile, ma che rende il prossimo passaggio parlamentare tutt’altro che scontato. Dopo il voto di Palazzo Madama, la battaglia sulla legge elettorale si trasferisce dunque a Montecitorio, dove maggioranza e opposizioni sono pronte all’ultimo scontro sul futuro delle regole con cui gli italiani eleggeranno il prossimo Parlamento.

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