Quando la società uccide gli uomini
NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – I detenuti vanno puniti per i reati commessi, non certo distrutti come uomini. Lo ha detto in un’intervita il regista del film “Il loro Natale” , Gaetano di Vaio. Un uomo che nella vita ha sbagliato, ha pagato per questo, e oggi ce l’ha fatta a integrarsi nella società. Nella rappresentazione cinematografica non solo la vita dei carcerati. Una vita angosciosa per loro, angosciante per i propri familiari. Una società che in carcere non ti è vicina. Le mogli di questi uomini, giovani donne, maturate presto per le esperienze vissute, già mamme in età giovanissima, sono afflitte dalla vita. Gli arresti, quelli dei mariti, le hanno aspirato la giovinezza dagli occhi. Il ruolo sociale “sarebbe” quello di rieducarli per favorirne il reinserimento. Tutto questo no avviene mai. Non in Italia. Solo lo scorso settembre sono stati registrati sette suicidi, alcuni da accertare. Tra i l 5 e l’8 settembre due napoletani: Francesco Consolo, 34 anni, di origini pugliesi, detenuto nella Sezione Transessuali del carcere di Poggioreale, si uccide asfissiandosi con il gas dalla bomboletta data in dotazione ai detenuti per cucinare in cella. Giuseppe Coppola, 60 anni, detenuto nel carcere di Poggioreale accusa forti dolori al petto. In infermeria gli somministrano un antidolorifico e lo rimandano in cella. Dopo un paio d’ore Coppola ha un nuovo malore e sviene. Viene chiamata l’autoambulanza, ma l’uomo muore durante il tragitto verso l’ospedale. Non solo il suicidio, ma la non curanza, l’abbandono a se stessi, spesso li uccide più del carcere. Quando si esce vivi dal carcere, si è più cattivi di prima, e tutto ciò a cosa serve?
