Notizie dall'Italia e dal mondo

Sport

La nazionale mediocre, l’Italia tocca il fondo

C’è un punto in cui ogni favola diventa malinconia. E il calcio italiano, da favola eterna, oggi è una malinconia cronica. Norvegia-Italia 3-0 è solo l’ennesimo fotogramma di un crollo lento, strutturale, apparentemente inarrestabile. Un’Italia senza un’anima, senza un’idea, senza un tiro in porta. Umiliata da una nazionale dignitosa, certo, ma non certo di prima fascia mondiale. E allora sì, siamo l’Italia. Ma dobbiamo chiederci: che cosa significa oggi essere l’Italia? Per troppo tempo ci siamo aggrappati al mito, alla retorica, alle figurine sbiadite di una grandezza passata. “Siamo l’Italia”, si dice ancora. Ma non siamo più quella cosa lì. Siamo una nazionale mediocre, e la cosa più pericolosa è non volerlo accettare. Due Mondiali saltati, un parco attaccanti che farebbe fatica a imporsi in Championship inglese, un solo grande giocatore — Donnarumma — che è un portiere. E poi? Il nulla, o quasi.

A Oslo, la Nazionale di Spalletti è sembrata inadeguata su tutti i fronti: atleticamente, tatticamente, tecnicamente. I nostri calciatori sono parsi piantati, scollegati, incapaci di tenere il passo con l’intensità e l’aggressività degli avversari. Antonio Nusa ci ha preso in giro per novanta minuti, sembrava un adulto contro bambini. Il dato più umiliante? Zero tiri in porta. Non un’occasione, non un lampo. Solo apatia, confusione, impotenza. Spalletti si è trovato tra le mani un gruppo spento, disabituato a competere ad alto livello. Ma non è esente da colpe. L’Italia gioca lenta, prevedibile, scolastica. I “braccetti” che salgono e toccano palla per poi scaricarla sull’esterno, dove inevitabilmente l’azione muore. Nessuno che salti l’uomo, nessuno che osi. Un calcio piatto, antico, già letto e superato.

Il vero problema è più grande, e non si risolve cambiando un CT o naturalizzando un paio di oriundi. L’Italia è un sistema calcistico che da vent’anni sforna mediocrità. Allenatori fossilizzati, settori giovanili che premiano il fisico e la tattica più che il talento, club che si accontentano di sopravvivere. Oggi in Serie A gioca un numero risibile di italiani, e quelli bravi — pochi — spesso non trovano spazio o vengono mandati in Serie C a “farsi le ossa”. E intanto le nostre grandi squadre diventano vetrine per le big straniere, con proprietà che pensano più a rivendere che a vincere. Nella stessa sera in cui il calcio azzurro tocca uno dei suoi punti più bassi, Jannik Sinner batte Djokovic e va in finale al Roland Garros. Un segnale? Forse. L’Italia sportiva è viva, ma non nel calcio. Forse è solo il segno che altrove — nell’atletica, nel tennis, nel nuoto — si lavora meglio, si investe meglio, si crede di più nel talento e nella competenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.