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Cronaca

Martina aveva solo 14 anni. Basta perdere tempo: serve educazione affettiva e sessuale

Martina Carbonaro aveva appena 14 anni. Il suo corpo è stato ritrovato in un edificio abbandonato, vicino all’ex stadio di Afragola, in provincia di Napoli. A ucciderla è stato l’ex fidanzato, un ragazzo nemmeno diciannovenne, l’ennesimo che non accettava la fine della relazione e la scelta di Martina di decidere per sé stessa. L’ha colpita alla testa con una pietra, togliendole brutalmente la vita. A 14 anni. Un’età in cui si dovrebbe parlare di sogni, di futuro, non scrivere necrologi.

Non è più tollerabile considerare casi come questo come “tragedie” isolate. Siamo davanti a una questione strutturale: il femminicidio non è l’esito di un raptus, ma l’estrema conseguenza di una cultura che nega alle donne, persino alle adolescenti, il diritto all’autodeterminazione. A ogni femminicidio si moltiplicano le dichiarazioni, gli sdegni, i fiori lasciati in strada. Ma tutto questo non basta più. È tempo di agire concretamente: serve introdurre subito, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, un’educazione sessuale e affettiva che insegni rispetto, parità, consenso e libertà relazionale. Serve parlare apertamente di amore, sì, ma anche di possesso, di gelosia, di controllo, per smontare alla radice i miti tossici che legittimano la violenza. I ragazzi e le ragazze vanno educati, fin da piccoli, al rispetto dell’altro come persona autonoma, libera di scegliere, dire di no, cambiare idea. Non basta un’ora di lezione: serve un percorso continuativo, integrato, formativo. Serve formare anche chi educa.

La scuola è fondamentale, ma non può essere lasciata sola. Le famiglie devono essere coinvolte. Genitori e tutori devono smettere di considerare “questi argomenti” tabù o delegati a una futura età adulta. La violenza maschile sulle donne inizia nella mentalità che si trasmette in casa: nei modelli affettivi, nei commenti quotidiani, nei silenzi che parlano. Ogni adolescente come Martina ha il diritto di crescere in un mondo in cui nessuno possa decidere per lei, tanto meno con la violenza.

Quello che è successo a Martina non è un “dramma della gelosia”, ma un femminicidio. E come tale va riconosciuto e chiamato. Perché solo nominando le cose con il loro nome possiamo cominciare a smontarle. Il femminicidio è un problema culturale, sociale, educativo.

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