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Tutto cambi affinché nulla cambi

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Ciò che mi irrita è la mediocrità di certi italiani. Che sia ben chiaro, solo di certi. Se trovassi almeno quaranta persone, che non ne possono più del disagio in cui si è riversato il nostro paese, scenderei anche io in piazza per una rigenerante rivoluzione. Non scherzo. Per ora ho trovato solo individui lamentosi che difficilmente prendono posizione, che vorrebbero che gli altri gli cambiassero la vita e gliela migliorassero. Ho cercato di spiegare che non funziona così, non sono stato compreso. In altre parti del mondo si fanno ammazzare per cambiare le cose. L’Italia non è incline a farlo, posso comprendere. Ma ciò che non mi è chiaro (o forse lo è troppo) è la posizione di parte del paese, cosa pensano, cosa si aspettano dalle nostre amministrazioni. Il “far fare il proprio corso”, oppure il fatto che “tutti rubino” mi turba davvero, mi innervosisce, oltre ad offendermi (in teoria verrei definito ladro anch’io dall’interlocutore che talvolta non si accorge della gaffe). Mi pongo una domanda: “Quali sono i modelli di riferimento a cui dovremmo appellarci”? Non li trovo, se non nella famiglia e negli amici che da anni mi sono vicino. Cosa significa? Sicuramente che coloro i quali non hanno famiglia e amici come i miei, probabilmente non hanno punti di riferimento. Ci sarebbe la scuola, ma non possiamo dare per scontato che basti. Insomma il modello di riferimento, quello istituzionale, quello della classe dirigente manca totalmente. Assistiamo a pietosi interventi televisivi, in cui c’è chi parla, chi non vuole essere interrotto, chi dialoga da solo, perché le sue idee sono quelle giuste, pretendendo con magari con un videomessaggio di risolvere i problemi di noi altri. E’ palese la difficoltà di chi ci governa, ed oltre i nostri confini c’è chi lo ha compreso. Il Popolo dell’ Egitto, della Tunisia, dello Yemen, dell’Algeria , dimostrano che nel secondo decennio del nuovo secolo è ripreso lo scontro sociale. Ma perché in Italia non succede tutto ciò. Manca il sentimento popolare, la dignità di riconquistare i propri diritti? Questo è il fatto significativo, indipendentemente dalle manovre in atto per arginare la collera popolare ed i possibili sbocchi delle varie realtà. A Tunisi il prezzo del pane è aumentato del 30%. A Dicembre il 26enne  Mohammed Bouaziz, laureato universitario che vendeva frutta sulla sua bancarella ,si vede sequestrare dalla polizia il suo unico mezzo di sussistenza. Disperato per l’impossibilità di trovarsi un altro lavoro , si dà fuoco in mezzo alla piazza innescando la miccia che ha acceso la rivolta popolare . Dalla Tunisia la rivolta si  è estesa ad altri paesi del Maghreb , la zona occidentale del Nordafrica , disperazione e rivolta che vedono i giovani in prima fila come era già accaduto anni fa nelle periferie di Parigi . Tutto quello che succede nel potere Maghrebino passa da Parigi . Il primo ministro Ben Alì era a capo dei servizi segreti ai tempi del vecchio capo di stato Bourguiba ed era legato a doppio filo con i servizi francesi .Con la senilità del vecchio Bourguiba la sua sostituzione con Ben Alì nel 1987 era stata preparata con precisione chirurgica a Parigi .Il fedele Ben Alì ha servito i padroni di Tunisi e di Parigi ed ora ha esaurito il suo ruolo. I giovani maghrebini, circa il 65% della popolazione, come i loro fratelli delle banlieu parigine, sono arrabbiatissimi ma non organizzati. Tornando all’Italia, mi viene in mente il capolavoro di Giuseppe Tomasi, “il Gattopardo”, tutto cambi affinché nulla cambi: la ricerca continua delle alleanze, comprare qua e là un parlamentare, mantenere insomma un equilibrio che non c’è più affinché tutto resti come prima. Ma a chi conviene?

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