Notizie dall'Italia e dal mondo

Primo Piano

Via d’Amelio: al via il primo processo per depistaggio sulla strage che sconvolse l’Italia

A distanza di 32 anni dalla strage di via d’Amelio, il giudice per l’udienza preliminare di Caltanissetta, David Salvucci, ha deciso di rinviare a giudizio quattro ex poliziotti – Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli – con l’accusa di depistaggio. Si tratta di un momento storico: è il primo vero processo per questo reato specifico legato a uno dei capitoli più oscuri della giustizia italiana.

Depistaggio: un’accusa mai affrontata prima
Negli anni successivi all’attentato del 19 luglio 1992, che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e a cinque agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), si è sempre parlato di depistaggi nelle indagini, ma fino al 2016 il reato in sé non era previsto dal codice penale italiano. Precedentemente, nelle aule di tribunale si era discusso di reati come la calunnia, ma mai con l’accusa specifica di depistaggio.Questa novità rende il processo contro i quattro ex poliziotti un evento senza precedenti: non si tratta solo di fare luce sui presunti errori nelle indagini, ma di affrontare per la prima volta il tema della manipolazione dolosa delle prove in un caso così delicato.

Le accuse contro i quattro imputati
L’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Maurizio Bonaccorso e dal procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca, si basa su presunte false testimonianze rese dai quattro ex poliziotti durante un processo precedente. Quel processo vedeva imputati per calunnia altri tre ex poliziotti – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo – accusati di aver costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino ad autoaccusarsi per la strage di via d’Amelio e a coinvolgere persone innocenti. Secondo le indagini, Di Gangi, Maniscaldi, Tedesco e Zerilli avrebbero fornito testimonianze contraddittorie rispetto ad altri elementi emersi, cercando di ridimensionare o addirittura cancellare condotte che erano invece state documentate durante le indagini. Questo avrebbe avuto l’effetto di avvalorare una narrazione delle indagini come impeccabile, nonostante le evidenze di manipolazione. Il caso del falso pentito Scarantino è considerato uno dei più grandi depistaggi nella storia giudiziaria italiana. Scarantino, con una serie di dichiarazioni rivelatesi poi infondate, aveva innescato un’inchiesta che ha portato alla condanna di persone successivamente risultate innocenti. La responsabilità di questo errore gravissimo ricadrebbe, secondo l’accusa, su una rete di pressioni e manipolazioni che includeva i tre poliziotti imputati nel processo per calunnia (terminato con la prescrizione) e, ora, i quattro nuovi imputati per depistaggio.

La decisione del giudice Salvucci di rinviare a giudizio i quattro ex poliziotti è giunta dopo aver rilevato gravi indizi a carico degli imputati. Secondo quanto riportato, le loro testimonianze sarebbero state non solo contraddittorie rispetto ad altre dichiarazioni, ma anche in conflitto con documenti agli atti. L’accusa ritiene che questi interventi abbiano ostacolato il pieno accertamento della verità. Se il processo confermerà le accuse, potrebbe rappresentare una svolta nella lunga e tortuosa ricerca di verità sulla strage di via d’Amelio. Tuttavia, il cammino è ancora lungo: spetterà alla giustizia stabilire se le testimonianze contestate costituiscano effettivamente depistaggio e se vi sia stato un concorso intenzionale per favorire la mafia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.