Celestini racconta il dramma del manicomio : “deresponsabilizza e non permette recupero”
NAPOLI – (di Daniele Pallotta) – “Nell’ istituto non c’è niente. C’è solo la pasticca per andare a dormire. Io non sto bene né dentro, né fuori” : la solitudine non voluta, la prigionia nel proprio mondo fatto di labirinti mentali, l’incapacità di comunicare i propri sentimenti affliggono gli internati del manicomio raccontato ne “La pecora nera”, film di Ascanio Celestini, vincitore del premio della critica a Venezia; interpreti Giorgio Tirabassi, Maya Sansa e lo stesso regista. Celestini lo ha presentato al Cinema Modernissimo di Napoli, conversando e rispondendo alle domande del pubblico alla fine della proiezione. Il lungometraggio, come il libro da cui è tratto, nasce da ricerche e interviste che Celestini ha raccolto dal 2002 al 2005 in ex istituti manicomiali, del centro e del nord Italia. Ha incontrato pazienti, medici, e in particolare ha parlato con infermieri, una professione – spiega “che non richiede una preparazione ideologica e che implica il rapporto diretto con i pazienti”. Da questo base documentaristica sono nate storia e personaggi dell’opera, una sorta di “documentario con licenza poetica”. La vicenda vede Nicola, un bambino introverso e sensibile, subire maltrattamenti e umiliazioni in famiglia, fino ad essere internato per coprire un crimine commesso dai fratelli più grandi. Nicola diventerà adulto in manicomio, finendo coll’essere affetto da una forma di schizofrenia, un rifugio mentale patologico che forse è stato prodotto proprio per fuggire dal vuoto dell’istituto, anche perché “tra i pazienti non c’è solidarietà”. Il tempo nel manicomio non ha valore, ogni ora scorre come le altre, e il film comunica questa sospensione vuota. Così come comunica il malessere degli internati: “Certi matti hanno la testa come una stanza buia, e quel buio gli fa paura,e si può morire per la paura”; “ com’ è possibile essere immersi nel caldo del sole mentre tutto intorno sorride e avere l’angoscia nel cuore?”.
Celestini è convinto che le istituzioni totali, come il manicomio, siano un male per la società: “sono luoghi dove l’individuo viene completamente deresponsabilizzato, e una persona adulta si ritrova a farsi la cacca addosso. Quello che mi ha colpito è che la deresponsabilizzazione consola, si fa molta fatica ad uscirne. La presa di coscienza è dolorosa.”
“Oggi viviamo in un’epoca in cui sono difficili rivoluzioni come la legge 180 del 1978, la legge Basaglia. Quella legge rientrava nel quadro di una riforma del sistema sanitario nazionale, ed era stata preceduta da un decennio di battaglie civili, lotte operaie, la legge 300 con lo statuto dei lavoratori 1970, le leggi sull’ aborto, sul divorzio: quella rivoluzione una rivoluzione è stata possibile grazie non solo a Basaglia, ma ad una società che l’ha accolta. Oggi sembra impossibile fare massa critica, ad esempio se si riescono a fermare i lavori di una discarica, i lavori della base militare a Vicenza, poi tutto riparte. Non esiste più massa critica, ma solo qualche gruppo di contestatori” commenta Celestini, celando l’amarezza con il suo parlare veloce e cordiale.
