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“Fai bei sogni” di Massimo Gramellini: cinquecentomila copie vendute

NAPOLI (di Federica Bertocco) – “Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi”. Da marzo nelle librerie, “Fai bei sogni” (Longanesi Editore) di Massimo Gramellini sta emozionando l’Italia intera. Cinquecentomila copie vendute e già arrivato a dieci edizioni in soli due mesi. Quali ingredienti dunque per questa magia? Una chiave universale, un qualcosa in cui si sono identificati tutti. E’ la storia di un orfano di mamma e la sua disperazione di essere cresciuto in un ambiente vuoto di affetti, che ha risvegliato in tutti un ricordo del dolore e una speranza di superamento del dolore. Gramellini ha avuto il coraggio di guardare e di ripercorrere la sua infanzia, le sue ferite e i suoi dolori, raccontandola attraverso sofferte confessioni e messaggi di fiducia. “Un segreto nascosto in una busta per troppi anni. Un dolore che sembra impossibile superare. Il romando di una vita alla ricerca della felicità”.

“Le mie domeniche obbedivano ad un rituale immutabile. Durante il pranzo papà stilava l’elenco di tutte le ragioni per cui non mi avrebbe portato allo stadio e che si riassumevano sempre poi in una sola: si era stufato di perdere tempo e soldi dietro una banda di brocchi che usurpava il nome di quelli la. Dopo aver sbucciato una mela con gesti chirurgici, si barricava in salotto a far finta di guardare la televisione mentre io cominciavo a vestirmi, mutande e sciarpa granata e il resto come capitava. Digerito il telegiornale, papà si affacciava alla finestra e fissava i tifosi in coda ai cancelli. Abitavamo davanti allo stadio. Prestava osservarli in silenzio qualche minuto, poi tirava un sospiro che sembrava un monsone. Scompariva nello sgabuzzino per infilarsi le scarpe e da li mi gridava: “Andiamo! Ma sappi che lo faccio solo per te”. Io ero già sul pianerottolo da un’eternità appoggiato alla bandiera color belsangue del Barbera che mi aveva regalato mio zio. Entravamo sempre a partita inziata e ogni volta mi vergognavo quando papà mi portava in ritardo a scuola. Con la mamma non sarebbe mai successo. Lei era insensibile alle ossessioni del tifo però aveva dovuto imparare a conviverci. Quando una domenica di primavera papà le fece balenare la prospettiva di una gita sui luoghi dei Promessi Sposi, la sventurata rispose: “non sapeva che quel giorno il toro sarebbe andato a giocare proprio sul lago di Como. Mentre bevevano un cappuccino davanti il palazzo dell’Innominato, lui le indicò con finta meraviglia il cartellone della sfida appeso a una parete del bar. Allo stadio la mamma pretese almeno un posto a sedere, da qualche mese custodiva un ultrà dentro la pancia. Sarei uscito di li parecchie partite più tardi. Quella però fu la prima della mia vita. Uno 0-0 sotto la pioggia. Ma io, nel mio palco riscaldato, ero ancora al sicuro”. 

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