(Video) Le macchine anatomiche del Dott. Von Hagen
(Servizio: Daniela Giordano)
Inaugurata a Napoli giovedì 12 aprile, la mostra “BODY WORLDS – Il vero mondo del corpo umano”, dell’anatomopatologo Gunther Von Hagens, nelle sale restaurate del Real Albergo dei Poveri, in piazza Carlo III. Curata dalla collega e compagna di vita, la Dr. Angelina Whalley, col patrocinio di Comune e Regione Campania, la mostra sarà aperta al pubblico fino a luglio ed è l’unica al mondo ad avere il coraggio di presentare “dal vivo” sezioni del corpo umano e interi cadaveri.
Il merito è della tecnica ideata dal tedesco nel lontano 1977 e progressivamente perfezionata, la plastinazione, che permette a tessuti e organi di rimanere perfettamente integri, mediante la sostituzione dei liquidi corporei – responsabili della decomposizione – con polimeri di silicone. L’obiettivo non è solo rendere visibile a occhio nudo il nostro corpo così com’è (senza microscopi e radiografie), né per puro gusto estetico (artisticamente parlando), ma ve n’è uno più importante di carattere educativo, legato alla diffusione dei principi della salute e della corretta alimentazione nel proprio stile di vita. Agghiacciante, infatti, è la comparazione delle varie sezioni e organi (ce ne sono oltre 200 esposti) tra i sani e quelli affetti da patologie, come la visione in sequenza di polmoni sani, polmoni di un fumatore e quelli malati di cancro. Ci sono persone che dopo aver visitato la mostra hanno smesso di fumare, o di consumare troppi alcolici, hanno iniziato a praticare sport e, in generale, a vivere meglio e curare di più il proprio corpo.
Un successo inimmaginabile ha accompagnato la mostra, a partire dalla prima presentata in Giappone nel 1995, e che ad oggi ha avuto oltre 34 milioni di visite. Solo a Roma, conclusa nel febbraio scorso, ha contato ben 150 mila visitatori, per non parlare delle 24 mila registrazioni all‘Institute for Plastination, la Fondazione alla quale donare liberamente il proprio corpo una volta deceduto. La maggior parte, immagino, spinte dal reale desiderio di far parte del progetto: anziché chiudere il proprio corpo in una bara, quando sarà tutto finito, prestarsi all’arte o alla scienza – è uguale – e magari avere la fortuna di diventare uno di quei corpi interi, modellati nella posa della nuotatrice, dell’equilibrista, dei giocatori di badminton, o dell’uomo che fa la spaccata in volo, che mostrano la meraviglia dei nostri muscoli e tendini in tensione nel momento in cui viene compiuto il movimento. In effetti, è bello immaginare noi stessi consegnati a una forma di eternità, magari perché crediamo poco a quella dell’anima post-mortem, e con un pizzico di vanità, sperare di diventare la Pietà o il David del terzo millennio, ammirati da tutti negli anni a seguire.
C’è un gusto conflittuale ad assistervi per cui vale ugualmente la pena, per gli uni e per gli altri motivi. Se da un lato è raccapricciante sapere di avere di fronte dei defunti, persone che hanno avuto un passato antecedente alla “seconda vita” donatagli dal Dr. Morte, il tutto per mostrare cosa c’è ”sotto pelle” e che meraviglia è la macchina umana, dall’altro bisogna ammettere che, per questi stessi motivi, ha un fascino irresistibile. È l’effetto che da sempre fa la scienza quando si mescola all’arte. Vale la pena citare il commento di un visitatore, più dei soliti convenevoli proferiti in conferenza stampa: “In fondo, la mostra è bella perché si perde un po’ quel senso negativo che diamo normalmente alla morte. E le infonde lo stesso fascino che ha la vita”.
