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Cargo affonda peschereccio dispersi in mare padre e figlio

Il Jolly Grigio

ISCHIA (di IRENE DE ARCANGELIS) – La violenza dell’impatto lo catapulta in mare. E questo gli salva la vita. Riemerge e il suo peschereccio non c’è più. Affondato in una manciata di secondi, portandosi via, a cinquecento metri di profondità, i suoi due compagni di equipaggio. Il comandante è salvo, non i suoi uomini, padre e figlio, che si trovavano sottocoperta. In poche ore di serrate indagini si delinea la dinamica del gravissimo incidente a due miglia e mezza a Sud di Punta San Pancrazio a Ischia.
Il cargo Jolly Grigio della società Messina di Genova  –  un bisonte del mare, lungo 143 metri e largo trentadue, stazza da ventitremila tonnellate e che viaggia alla velocità di dodici nodi  –  prende in pieno un peschereccio sulla murata di dritta. Letteralmente lo investe, come un Tir su una utilitaria. Perché sulla plancia di comando non c’è nessuno.

L’imbarcazione, il “Giovanni Padre” di Torre del Greco, è di appena 19 metri di lunghezza e largo 5, stazza all’incirca 18 tonnellate con le reti a mare per pescare gamberoni e dunque quasi fermo. Si muove a meno di tre nodi orari, e per il codice della navigazione durante la pesca le altre imbarcazioni devono prenderlo in considerazione perché con le reti ha difficoltà di movimento. Quelle serrate indagini si concludono con la pesante accusa di naufragio colposo: arrestati il comandante in terza e il timoniere del cargo. Avrebbero dovuto essere ai comandi, invece – per l’accusa – non c’erano.

Due morti che si potevano evitare.

L’immagine è quella di un macigno che rotola sopra un fuscello. Un elefante che schiaccia una formica. La nave portacontainer capovolge e affonda in pochi istanti il peschereccio, ci passa sopra, prosegue il suo viaggio verso Marsiglia. Si lascia alle spalle la morte e il panico, l’inutile affannarsi di tanti marinai che, a bordo di altri pescherecci, assistono alla scena e riescono a salvare il solo comandante Vincenzo Birra, 33 anni, che si trovava ai comandi al momento dell’impatto, finito in acqua. Subito ricoverato all’ospedale Rizzoli di Ischia. Sta bene.

Gli altri pescatori lanciano l’allarme, arrivano i soccorsi. Ma il peschereccio è oramai in fondo al mare, ci vorrebbe un robot subacqueo in dotazione ad alcune navi militari e dai costi esorbitanti per recuperarlo. E gli investigatori sanno che i corpi di Vincenzo Guida, 43 anni, e di suo figlio Alfonso, di 21, sono nell’imbarcazione.

La centrale operativa della Capitaneria di porto dà via radio ordine al Jolly Grigio per l’immediato rientro nel porto di Napoli. Naufragio colposo, duplice omicidio colposo. Due rotte che si incrociano tragicamente. Ma soprattutto, avendone il tempo e la possibilità, nessun tentativo di cambiare rotta. Gravi negligenze. La Capitaneria  –  coordinata dal pm Giovanni Corona e dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo che segue personalmente la vicenda  –  sequestra documenti di bordo e la scatola nera, il Voyage data recorder del cargo. Dove è registrato solo il silenzio.

L’equipaggio  –  16 italiani e 4 romeni  –  vengono sottoposti agli esami tossicologici. Quindi gli interrogatori. Nessuno si è accorto dell’impatto dicono i membri dell’equipaggio del cargo. Ma la polizia scientifica riscontra i segni sulla prua del cargo. Diario di bordo e testimonianze dell’equipaggio indicano le responsabilità per quelle due morti da negligenza. (Repubblica)

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