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Strage di Bologna, per non dimenticare

La strage di Bologna

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Una data da ricordare, una missione da compiere. Mai più. Ma se avessimo la certezza che tutto ciò possa non accadere più sarebbe facile. Era il 2 agosto del 1980. I brividi, oltre che per l’accaduto, per il tentativo di lasciare impuniti i colpevoli. Trentuno anni fa, ma per tanti un ricordo vivo.

“Loro al Governo, noi all’ergastolo”. E’ l’articolo comparso sul corriere della sera nel lontano 12 giugno 1994 in cui gli esecutori materiali della strage della stazione di Bologna mantengono la memoria fresca ai loro camerati di un tempo, la comune appartenenza, evidentemente mai del tutto recisa, ad un album di famiglia eversivo e violento, in una logica ricattatoria che probabilmente ha sortito gli effetti sperati; a partire da quell’intervista molteplici e diversificati i tentativi di offuscare le scottanti verità giudiziarie definitivamente acquisite e le porte del carcere per i due pluriomicidi e stragisti si sono aperte definitivamente.

Per impedire agli inquirenti di arrivare alla verità, si cominciò a depistare fin dal minuto successivo allo scoppio della bomba e i depistaggi sono continuati nel corso delle indagini e dei processi. Si depistava affannosamente per difendere gli imputati, in modo da complicare le indagini, far dimenticare e rendere più facile l’impunità degli autori e dei mandanti. Si depistava perché i giudici avevano imboccato la strada giusta, si depistava per timore che coloro che erano stati incarcerati, raccontassero la verità.

I colpevoli di allora, i terroristi neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, furono quelli che collocarono materialmente l’ordigno in stazione.

Sono i nomi del capo della Loggia Massonica P2 Licio Gelli, del faccendiere Francesco Pazienza, del generale Musumeci e del colonnello Belmonte, entrambi posti ai vertici del SISMI e iscritti alla Loggia Massonica P2, che si adoperarono in ogni modo per inquinare i processi e sviare le indagini dalla pista neofascista italiana. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati complessivamente a 15 ergastoli e a più di duecento anni di carcere, hanno scontato soltanto due mesi di detenzione per ogni morte causata.

Questi individui sono inoltre stati premiati anche con il silenzio dei mass media su tutti i feroci reati commessi e, ben pochi, sono i giornalisti coraggiosi che vanno contro corrente e ricordano ai cittadini il loro lunghissimo e sconvolgente curriculum criminale. Tutti, pur se condannati, non hanno mai completamente pagato per le atrocità commesse e sono da anni in libertà.

Fa male ricordare, ma è bene non dimenticare.

 

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