Tolo Tolo! L’indigestione collettiva…

di Danilo Piscopo

Come ogni bellissima favola italiana, anche questa inizia con 24 milioni d’incassi al botteghino. Ancora una volta a salvare il buon nome e l’innocenza della principessa chiamata “Cinema Italiano” ci pensa lui: il Cavaliere Luca Medici, in arte Checco Zalone.

Lo fa con il film “Tolo Tolo” commedia all’italiana che qualcuno (saggi critici cinematografici) ha già definito degno erede del film “La Vita è Bella” di Roberto Benigni (1997). Quindi qualcuno lo vorrebbe (sognando) a far la fila a Hollywood per raccattare statuette e Happy Meal insieme a un qualsiasi Black Panter (e perché no?).

La trama è semplice: Pierfrancesco Zalone, detto Checco, rifiutandosi di percepire il reddito di cittadinanza in quanto disoccupato, apre nel suo paese, Spinazzola, un improbabile ristorante giapponese chiamato “Murgia&Sushi”, ma, dopo appena un mese dall’apertura, viene travolto dai debiti, con il fisco che gli pignora il locale e lo costringe alla chiusura: per sfuggire ai creditori decide di scappare in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un lussuoso villaggio turistico del Kenya. Qui fa amicizia con Oumar, anche lui cameriere e appassionato della cultura italiana, molto più acculturato ed intelligente del protagonista. Checco si innamora inoltre della giovane Idjaba e fa amicizia con suo figlio Doudou. Decide quindi di accompagnare Oumar, Idjaba, Doudou e altri migranti nel loro viaggio, tornando clandestinamente in Europa e pianificando di rifugiarsi nel paradiso fiscale del Liechtenstein, invece di tornare in Italia.

Zalone non abbandona i suoi soliti schemi, né la ricerca costante della battuta sul luogo comune, rendendo il film prevedibile e sfiorando, in molti punti, il ridicolo.

Tenta di giocare e deformare (non ridicolizzare, come dicono in molti) le dicerie più becere sull’immigrazione, senza mai tuttavia affondare davvero il colpo. La sua visione dell’italiano cafone, razzista, ma con il cuore d’oro, è paragonabile per assurdità solo al finale sconclusionato con il carrarmato americano (e non russo!) che libera il campo di concentramento ne  “La Vita è Bella“, appunto.

Ennesimo prodotto mediocre “made in Italy” che qualcuno (sempre quel qualcuno) definisce “capolavoro” in piena indigestione post-natalizia, evidentemente.

Inoltre, film più convincenti sul tema ci sono eccome, basti pensare al poco citato “Contromano” di Antonio Albanese (2018), dove la follia della frase “aiutiamoli a casa loro!” viene portata alle sue estreme conseguenze, un viaggio a ritroso (non come quello di Zalone, su un barcone con tre persone a bordo!) per riscoprire le nostre (e non le loro) radici e rendersi finalmente conto che ovunque si va, la terra da coltivare (o coltivarsi) è sempre la stessa. Vero film da recuperare.

Zalone non dice niente, e, se dice qualcosa, lo dice veramente male.

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