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Prima si va alle elezioni e meglio sarà per tutti

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Prima si va alle elezioni e meglio sarà per tutti


(di Bruno Steri) –  Repetita iuvant, così pensavano i nostri antenati latini. E noi – per andare al nocciolo della nostra opposizione alla prospettiva di un “governo di emergenza” guidato da Mario Monti – proviamo a ribadire quel che da tempo andiamo dicendo. Lo facciamo ricapitolando rapidamente le tappe della catastrofica gestione della crisi greca da parte dell’Unione Europea. Verso la fine del dicembre 2009, i declassamenti a catena decisi dalle agenzie di rating (inaugurati da Fitch) prefigurano per la prima volta la possibilità del fallimento (default) di uno Stato dell’Eurozona e inducono Bruxelles a intervenire (maggio 2010) con un piano di “aiuti” al Paese ellenico di 110 miliardi di euro in tre anni, in cambio di draconiane misure di austerity per 30 miliardi. Quello stesso mese, l’Ue attiva il cosiddetto Fondo salva-stati (Efsf) con una dotazione finanziaria di 250 miliardi di euro. Niente da fare. La Grecia sprofonda e il rischio-contagio aumenta. Nel 2010, il suo deficit rimane ben sopra il 10% di un Pil che continua a contrarsi. Non ci vuole molto a capire il perché: i tagli alla spesa pubblica falcidiano pensioni, stipendi pubblici, scuola, sanità. Si privatizza tutto quello che c’è da privatizzare, ma il differenziale (spread) tra i titoli greci e quelli tedeschi prosegue ad ampliarsi. Così, proseguono anche i declassamenti, giù fino alla categoria minima CCC. Per evitare il peggio, a luglio 2011 si decide un nuovo pacchetto di “aiuti” per 109 miliardi. Questa volta uno sforzo devono farlo anche i creditori privati, chiamati ad un taglio (haircut) dei loro crediti del 21%: non è considerato un default solo perché, bontà loro, i creditori aderiscono su base volontaria. Altri aiuti, nuova stretta sociale. Ma la musica non cambia, anzi si fa ancor più stridente. La crisi greca non accenna a placarsi: nel 2011 è prevista una contrazione dell’economia greca del 5,5% e un deficit sempre vicino al 10% del Pil. Per le banche creditrici si profilano perdite che vanno ben al di là del 21% e che arrivano al 50% e oltre (per la verità, patimenti attenuati dalla promessa di impegni finanziari finalizzati ad una loro ricapitalizzazione). Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali gli istituti più esposti, con titoli di stato greci in portafoglio, sono quelli francesi e tedeschi. Sono loro, in realtà, i veri destinatari degli “aiuti”. Ricordiamo che l’Unione Europea ha affrontato la crisi, mobilitando tra il 2008 e il 2010 a sostegno degli istituti di credito 4.285 miliardi di euro, equivalenti al 36% del Pil dei 27 Paesi Ue, a fronte dell’assai meno consistente “sostegno” concesso (in cambio di “lacrime e sangue” sociali) ad un’economia greca che rappresenta appena il 2% dell’Eurozona, a parziale e insufficiente copertura del suo debito (che costituisce il 3% del debito totale).
Morale: non si risolve la crisi salassando i popoli a esclusiva tutela dell’establishment finanziario (e della speculazione). I fatti costituiscono un limite invalicabile anche per la più inossidabile ideologia liberista: davanti a noi campeggia infatti un gigantesco problema di equità (e di democrazia); ma anche un problema di efficacia della cura. Non vi può essere una reale inversione di tendenza senza un cambio radicale delle politiche europee: piani pubblici di sviluppo che diano risorse per la promozione sociale e la tutela ambientale, supportati da una Banca centrale in grado di convogliare in tali direzioni il risparmio continentale. Non dirigismo tecnocratico e diktat affama-popoli: pseudo-medicine capaci soltanto di uccidere il paziente. Si dice che l’Italia non è la Grecia. Ed è vero: il nostro Paese ha una struttura produttiva e risorse economiche che il Paese ellenico non ha. Ma occorre sottrarsi ad un’ispirazione economica fallimentare: con ogni evidenza, non è Mario Monti – posto a capo di un governo bipartisan – a poter imboccare una tale strada. In fretta, si renda conto di ciò la sinistra italiana; e si impegni a restituire la parola agli elettori. Meglio sarà per tutti. (Liberazione)

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Spazzatura per le strade e traffico in tilt nella notte al Corso Vittorio Emanuele e a Pianura.

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Spazzatura per le strade e traffico in tilt nella notte al Corso Vittorio Emanuele e a Pianura.


Cumuli gettati in strada per protesta nei Quartieri Spagnoli (foto Andrea Baldo)

NAPOLI - Scene di ordinaria follia: raid contro i cumuli di spazzatura; questa mattina in Via Duomo e alla Riviera di Chiaia poi questa notte in Via Montagna Spaccata, a Pianura, dove un gruppo di ragazzi a bordo di scooter ha rivoltato i cassonetti della “munnezza”, occupando un’intera corsia e provocando il panico tra gli automobilisti che hanno iniziato a percorrere la strada che collega Pianura con Quarto contromano. Una discarica a cielo aperto che si estende lungo tutto il percorso.

Corso Vittorio Emanuele: stesso copione. Donne questa volta gli orchestranti. Rovesciano i cassonetti, paralizzano la circolazione delle auto e si dileguano all’arrivo degli autocompattatori.

Dalle 20:00 intanto alla centrale dei vigili del fuoco sono arrivate più di 20 chiamate provenienti prevalentemente da Giugliano in Campania, Melito e l’Area Flegrea.

In città regna il caos. ”La Provincia di Napoli ha dato l’ok per il nostro secondo sito di trasferenza e stiamo lavorando all’individuazione di un terzo”, ha affermato il vicesindaco ed assessore all’Ambiente Tommaso Sodano lo scorso pomeriggio dopo aver consegnato con il sindaco de Magistris in prefettura la nuova delibera che prevede dure sanzioni, fino a 500 euro per chi abbandona rifiuti, ingombranti, vende prodotti vegetali non defoliati, sversa prodotti scaduti, usa contenitori monouso, sversa in orari non consentiti. Nella premessa dell’ordinanza sindacale “disposizioni urgenti per ridurre le conseguenze dell’emergenza rifiuti”, c’è, inoltre, l’esplicito richiamo al fatto che “la richiesta di provvedimenti straordinari del Governo al fine di conferire verso siti presenti in altre regioni è rimasta a tutt’oggi inevasa”, e che “è necessario scongiurare fenomeni di turbativa di sicurezza urbana, di inquinamento ambientale”. Secondo quanto riportato nel dispositivo, che è immediatamente esecutivo e ha un’efficacia di 30 giorni, a Napoli “potrebbe insorgere un’emergenza sanitaria”. La presenza di cumuli di rifiuti per le strade della città impone “l’adozione di interventi e misure urgenti, attese anche le condizioni climatiche”. Per questo è stato chiesto al prefetto di Napoli di assumere “ogni iniziativa tesa ad assicurare l’intervento degli organi regionali e provinciali per l’individuazione di siti, così da consentire la stabilità del sistema ordinario del ciclo dei rifiuti e garantire l’ordine pubblico nello svolgimento delle operazioni straordinarie di conferimento dei rifiuti”. L’ordinanza rileva, inoltre, che “nonostante le iniziative assunte dal Comune e dalla competente Asl di disinfezione, disinfestazione e derattizzazione, il rischio di una situazione di emergenza suscita profonda preoccupazione per la salute pubblica e l’ambiente, oltre che per l’ordine pubblico”. “In città c’è rischio per la salute – ha concluso de Magistris – chiediamo a Provincia e Regione di fare passi istituzionali”.

Il sindaco ha aggiunto che lo sforzo della giunta e’ per far si’ che “non dovremo piu’ dipendere da nessuno”. Intanto sindaco e vicesindaco non hanno specificato, per motivi di riservatezza, le nuove strutture, di cui la prima gia’ autorizzata e’ di 12mila metri quadrati e servira’ per 1.200-1.100 tonnellate. Verosimilmente si potrebbe trattare della struttura in Via delle Brecce dell’ex Icm e, probabilmente, dell’ex mercato dei fiori nel quartiere di San Pietro a Patierno.

Dure accuse da parte del sindaco, intanto, rispondendo al “ghe pense mì” di Berlusconi espresso due giorni fa, affermando: “Il Premier se ne frega di Napoli. (…) Il governo agisce come Ponzio Pilato, se ne lava le mani. L’esecutivo non si è assunto le sue responsabilità e – prosegue – altri sono lenti ad adottare i provvedimenti che porterebbero a liberare la città dai rifiuti. Ognuno deve fare la propria parte, Regione Campania, Provincia di Napoli e, per quello che le compete, anche la Prefettura”. Gli ostacoli incontrati, però, “non ci impediranno di risolvere la crisi nel più breve tempo possibile e di guardare oltre i nostri occhi e il nostro naso. Andremo avanti – ha aggiunto de Magistris – anche sulla differenziata”. “Questa situazione giova a chi non ha interesse per la rivoluzione ambientale che stiamo portando avanti, ma noi siamo cocciuti e continuiamo. C’è chi non vuole questa rivoluzione ambientale – ha proseguito – ma noi abbiamo vinto una rivoluzione pacifica e ora la portiamo avanti anche in materia di rifiuti. La strada, però – ha ribadito – non è quella dello stato di emergenza perché farebbe tornare quei poteri che hanno messo in ginocchio la città”.

In giornata da Roma sono arrivate altre dichiarazioni in merito alla questione dello stato di emergenza, ”Il governo ascolti l’appello del presidente della Repubblica. L’emergenza a Napoli e nella provincia e’ talmente grave da mettere a rischio la salute dei cittadini e imporre un intervento immediato. Il governo dichiaro lo Stato di emergenza e attivi la Conferenza Stato-Regioni per impegnare tutte le Regioni, anche in base agli accordi gia’ intercorsi, in modo da attenuare l’impatto di questa drammatica situazione. La Regione Campania proceda finalmente con urgenza a definire un piano di discariche regionale. E’ il momento che il governo, la Regione e le province escano dalla loro colpevole inattivita’”. Ha dichiarato Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, che gia’ ieri, insieme al segretario del Pd Pier Luigi Bersani, aveva avanzato una proposta chiedendo al governo di intervenire con un decreto per affrontare l’emergenza napoletana.

“La campagna elettorale e’ finita, e’ bene che tutti lo ricordino”. Gianfranco Fini sottolinea cosi’ che per l’emergenza rifiuti a Napoli serve che “tutti si mettano attorno a un tavolo”. “Il Capo dello Stato – aggiunge il presidente della Camera – ha fatto quello che tutti gli italiani, in cuor loro, dicono e cioe’ basta con il rimpallo di responsabilita’ e tutti insieme si risolva il problema”

Il segretario dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro parla ai microfoni di RadioIes, ”De Magistris ha peccato d’ingenuità, purtroppo ci sono persone che lavorano per fotterti come se fare danno a lui non è fare danno anche ai cittadini”.

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(Video) D’Alessio e Berlusconi per Lettieri

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(Video) D’Alessio e Berlusconi per Lettieri


(servzio di Daniele Pallotta)

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(Foto) Napoli, scioperano i migranti.

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(Foto) Napoli, scioperano i migranti.


NAPOLI – Centinaia di immigrati sono scesi ieri per le strade di Napoli per dire manifestare per i propri diritti contro soprusi, violenze e condizioni di sfruttamento al limite dello schiavismo.

(foto di Davide Tartaglia)

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Maggiore età: il Pdl vuole abbassarne il limite

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Maggiore età: il Pdl vuole abbassarne il limite


Ruby

ROMA – “Sono dell’idea che oggi l’età per diventare maggiorenni sia troppo alta rispetto alla maturità raggiunta dai giovani un conto è avere rapporti sessuali con una dodicenne, altro con una di 17 anni e 9 mesi che partecipa a concorsi di bellezza e balla nei night”, afferma Pecorella.

E da qui arriva immediata la risposta “riparatrice” di Fabrizio Cicchitto che dichiara: “L’ipotesi di abbassare la maggiore età è fra le questioni sul tavolo, ma non è la questione più urgente”. Sembrerebbe un invito, quello di Cicchitto, a non gettare altra legna nel fuoco.

Intanto dall’opposizione arrivano i primi segnali di dissenso verso una proposta che in questi giorni potrebbe apparire inopportuna, si parla già di Lodo Ruby ed il primo a replicare la proposta di Pecorella è il vice capogruppo dell’Idv alla Camera, Antonio Borghesi:

“No, per favore, anche il Lodo Ruby no, abbassare l’età maggiorenne nel pieno dello scandalo che ha travolto il premier sarebbe una vera porcata”.

Una proposta, quella di Pecorella, che sembrerebbe non essere avallata, sia perché potrebbe apparire come una legge ad personam, come afferma il capo gruppo Borghesi, sia perché non è certo il momento più adatto per affrontare questa tematica. Oggi la maggiore età in Italia è fissata per il 18° anno. Un risultato che si è ottenuto a seguito della legge n.39 dell’8 Marzo del 1975, in precedenza la soglia era a 21 anni. Ma vediamo cosa accade negli altri Paesi, sempre in merito alla maggiore età.

Molti Paesi fissano lo stesso tetto dell’Italia per la maggiore età (cioè 18 anni), e sono: Austria, Australia, Cina, Cile, Croazia, Inghilterra, Germania, Grecia, Francia, Olanda, Norvegia, Svizzera, Spagna, Portogallo, Tunisia, Stati Uniti d’America, tranne quattro stati, e molti altri. Sotto la soglia dei 18 anni abbiamo: a 9 anni (per le donne)  l’Iran; a 14 anni Samoa Americane e l’Isola di Man; a 15 anni l’Iran (per glim uomini); a 16 anni Scozia, Cuba e altri e tre paesi; infine a 17 anni nella Corea del Nord, Missouri (Usa), El Salvador e Tagikistan. (Il quotidiano italiano)

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Svolta centrista e ribaltone Lega per Berlusconi l’incubo del 1994

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Svolta centrista e ribaltone Lega per Berlusconi l’incubo del 1994


Umberto Bossi e Roberto Calderoli

ROMA (di Massimo Giannini)- E’ il  giorno della tenaglia. Da una parte le istituzioni, dal Quirinale alla Chiesa, che attaccano Berlusconi sullo scandalo Ruby. Dall’altra le opposizioni, dal Pd al Terzo Polo, che lo assediano sul federalismo. Stretto in questa morsa, il Cavaliere cerca una disperata resistenza. Ma mentre sembra voler reggere a tutti i costi l’urto giudiziario dell’inchiesta della procura di Milano sul suo impeachment sessuale, per il premier potrebbe rivelarsi persino più difficile reggere l’urto politico di uno stop alla riforma federale. Al prezzo di un’ulteriore torsione del nostro sistema democratico e dell’ennesima distorsione della verità dei fatti, il presidente del Consiglio può tentare di respingere le accuse dei pm. Quello che non può fare, è impedire all’unico alleato che ancora lo sostiene, cioè Umberto Bossi, di staccare la spina al governo se dovessero saltare i due decreti delegati attuativi del federalismo, all’esame delle commissioni parlamentari.

È l’incubo del ’94, che allora travolse il primo governo del Cavaliere, quando la Lega ruppe sulle pensioni, e spianò la strada al governo “tecnico” di Lamberto Dini, cioè al famoso “ribaltone”. Ieri questo incubo ha ripreso corpo, quasi all’improvviso, quando l’Associazione nazionale dei Comuni italiani da una parte, il Polo della Nazione dall’altra, hanno annunciato il no al pacchetto federalista assemblato da Tremonti e Calderoli. Una mossa a sorpresa, che a Palazzo Chigi nessuno si aspettava. “Sembrava tutto a posto -diceva nel pomeriggio un ministro – il testo era stato concordato punto per punto con l’Anci, e mercoledì sera erano arrivate persino sollecitazioni dal Colle ad approvare in fretta i decreti. Poi tutto è cambiato, e non capiamo ancora il perché…”.
Ma in attesa di capire cosa stesse accadendo, la mossa congiunta dei sindaci e dei centristi ha fatto temere al premier che, proprio sul federalismo, si fosse rinsaldato l’asse che punta a farlo cadere subito, ad evitare le elezioni anticipate e a far nascere un altro governo, magari guidato proprio dal superministro dell’Economia, con l’ovvio sostegno del Carroccio. Uno scenario da 1994, appunto. Con Tremonti al posto di Dini. E con una nuova maggioranza sostenuta dalla Lega di Bossi, dal Terzo Polo di Fini e Casini, dal Pd di Bersani e persino dall’Idv di Di Pietro. Fanta-politica? Può darsi. Forse anche fanta-matematica, visto che stiamo parlando di un’equazione da almeno una decina di incognite. Ma la preoccupazione del Cavaliere è fortissima. Anche per questo, ieri sera, ha voluto incontrare a Palazzo Grazioli prima Tremonti, poi Calderoli. Per avere chiarimenti su quanto sta accadendo sul federalismo. E per avere ancora una volta garanzie sulla “fedeltà” del suo ministro. Come lo stesso “amico Giulio” ha spiegato a un Silvio sempre più diffidente, il federalismo ha ora due nodi.

Il primo nodo è di natura “tecnica”. Lo ha sollevato l’Anci, ed è un nodo complesso, anche se forse non inestricabile. Lo ha illustrato Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci, al telefono con lo stesso Tremonti: “Caro Giulio, voi avete drasticamente peggiorato il testo. Noi non possiamo accettare che a regime la nuova aliquota dell’Imu sia determinata attraverso la Legge di Stabilità. Se le cose stanno così, per il 2011 almeno la quota Irpef e l’imposta di soggiorno devono restare di competenza dei Comuni, altrimenti noi non possiamo neanche chiudere i bilanci. E se c’è un tributo la cui aliquota è fissata anno per anno dal governo, noi saremo costretti ogni volta a venire a Roma con il cappello in mano. E questo per noi è inaccettabile”. Per questo, come ha annunciato Calderoli e poi ha confermato Bossi, il governo concederà una proroga sui tempi di approvazione del decreto sul federalismo municipale. “Siamo pronti a venire incontro alle esigenze dei sindaci – è il ragionamento di Tremonti – e quanto meno sul piano della tempistica siamo d’accordo a concedere un margine per una riflessione ulteriore”. Gli enti locali, per ora, incassano questa disponibilità: “Vedremo se ci ascolteranno – aggiunge Chiamparino – perché per noi la questione, benché tecnica, è dirimente. Se i decreti non cambiano, saltano i bilanci dei Comuni. Questo non è federalismo, è un suicidio”.

Il secondo nodo è invece di natura politica. Ed appare più insidioso e ingarbugliato. Nasce dalla sterzata del Terzo Polo, che ha deciso di mettersi di traverso e di esprimere parere contrario, se non saranno recepite le modifiche richieste ai decreti. “Perché Casini e Fini hanno deciso all’improvviso di cavalcare il no al federalismo, insieme alle opposizioni?”, si chiedeva ieri sera Berlusconi, nel vertice con Calderoli e Tremonti. “Dobbiamo ragionare sulle mosse del Terzo Polo, altro che crogiolarsi sull’appoggio della Terza Gamba”, è l’opinione dei ministri. E la strategia dei centristi ha in effetti cambiato in pochi giorni il quadro politico: “Prima sono passati dal Patto di pacificazione alle elezioni anticipate. Ora dicono no al federalismo, radicalizzano lo scontro e si ricompattano almeno su questo con il Pd. Tutto questo come si spiega, se non con il tentativo di dividere Berlusconi da Bossi, e magari di profilare alla Lega un patto implicito sul dopo-Berlusconi?”. Questa era la domanda che circolava ieri sera tra i ministri forzaleghisti.

Allo stato attuale, con questo scarto terzopolista e con il passaggio di Mario Baldassarri all’opposizione, la maggioranza rischia di non avere i numeri per far passare i decreti delegati in Commissione Bicamerale. Sicuramente non li ha in Commissione Bilancio. Questo, per Bossi, è un campanello d’allarme. E per questo il Senatur si dichiara disponibile a trattare, ma a questo punto non si può più precludere altre soluzioni. Ripete che “se salta il federalismo si va a votare”. Ma può essere tentato di aprire una trattativa con l’opposizione. “Umberto sarà leale fino all’ultimo minuto con Berlusconi – ripete un ministro che lo conosce meglio di chiunque altro – ma se vede che il federalismo è a rischio ci mette un minuto ad allargare gli orizzonti. E poi, per lui, il fascino degli amministratori comunisti è sempre forte…”.

Al di là delle battute sui “comunisti”, quanto è realistica l’ipotesi che si apra un dialogo tra Lega da una parte, Pd e Terzo Polo dall’altra, e che il federalismo diventi la merce di scambio per chiudere una volta per tutte la stagione berlusconiana? La suggestione c’è. Ma c’è anche la preoccupazione. Sul versante del centro, almeno allo stato attuale, i finiani hanno giurato che non farebbero mai patti di maggioranza o cartelli elettorali con il Pd. La stessa cosa hanno assicurato i casiniani, che non reggono accordi con un’opposizione allargata a Vendola e Di Pietro. Sul versante della sinistra, il Pd non sa se fidarsi né della Lega, né del Terzo Polo. “Io – riflette il leader Pierluigi Bersani – sono pronto ad offrire a Bossi la garanzia che oggi il Cavaliere non è in grado di dargli, cioè l’attuazione del federalismo, ma al momento mi pare che i due siano legati da un patto di sangue praticamente inossidabile”. La stessa cosa vale per Casini e Fini: “Gli ho fatto la mia proposta di Alleanza costituzionale, più di quella non so che possiamo fare. Ora sta a loro fare un passo concreto, e non limitarsi più agli anatemi contro il Cavaliere”.

Lo stesso ragionamento lo fa il capogruppo Dario Franceschini: “La Lega, come anche il Terzo Polo, sa bene che noi siamo pronti a tutto, pur di mettere fuori gioco Berlusconi. La stessa cosa la sa anche Tremonti. Il problema è che sia al centro che a destra tutti ripetono che è finita e che così non si va avanti, ma tutti aspettano chissà quale intervento divino, che faccia accadere il miracolo. Invece il miracolo va costruito, non solo evocato…”. E per adesso è proprio questo che manca. La costruzione del “miracolo”. Ma una cosa è certa: se c’è un “cantiere” possibile, questo è proprio il federalismo. (Repubblica)

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(Video) Napoli presidio associazioni LGBTQI contro dichiarazioni Silvio Berlusconi


Interviste : Marianna Micciarelli – Riprese e Montaggio: Carlo Maria Alfarano Read the full story

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Il Pdl a Fini : «O con noi o apra la crisi»

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Il Pdl a Fini : «O con noi o apra la crisi»


MILANO – «L’onorevole Fini dovrà fare le sue valutazioni: o confermare l’appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi». È quanto scrivono in una nota congiunta i capigruppo di Camera e Senato del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri e il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello.

NESSUN PASSO INDIETRO – Il Pdl risponde all’onorevole Fini che aveva assicurato il sostegno del Fli al premier, con una corollario: «Se il presidente del Consiglio mette la testa sui problemi reali». La nota congiunta inviata alle agenzie chiede all’onorevole una chiara presa di posizione. «Al punto in cui siamo arrivati – si legge nella nota arrivata all’Agi da Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello – è indispensabile la più assoluta chiarezza da parte di tutti perché ognuno deve assumersi le sue responsabilità davanti alle istituzioni e al popolo italiano. Ci auguriamo che ciò che è stato attribuito all’on. Fini, sull’eventualità che l’on. Berlusconi faccia un passo indietro e dunque si dimetta da premier e provochi una crisi di governo, si limiti ad essere una battuta polemica destinata ad esaurirsi nel circo mediatico». E prosegue: «Dal canto suo, l’on. Berlusconi non intende compiere alcun passo indietro perché non esiste alcuna ragione per farlo. Si tratterebbe solo di una fuga dalle responsabilità, che invece impongono di procedere senza indugi nell’attività di un governo voluto dalla maggioranza degli elettori e al quale il Parlamento ha recentemente rinnovato la sua fiducia. Di fronte a questa determinazione, l’on. Fini dovrà fare le sue valutazioni: o confermare l’appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi».

APPOGGIO O CRISI – Quello che la nota chiede è una posizione: L’appoggio o la crisi. «Ci auguriamo che la scelta dell’on. Fini vada nella prima direzione, di carattere positivo e costruttivo – prosegue la nota – Nel secondo caso, invece, non ci si potrebbe stupire se la crisi finisse per condurre dritto alla elezioni. Come è stato autorevolmente affermato, infatti, non esistono governi tecnici ma solo governi politici. In particolare, di fronte a una crisi dell’attuale esecutivo le uniche alternative al voto sarebbero o un governo sostenuto da una larghissima coalizione, per il quale evidentemente non esistono le condizioni stante l’indisponibilità del PdL e per quanto a noi noto anche della Lega, ovvero delle due forze che insieme hanno vinto le elezioni del 13 aprile 2008; o un governo eventualmente formato da tutti coloro che quelle elezioni le hanno perse, per il quale, anche nella non scontata ipotesi che vi fosse una maggioranza in Parlamento, non esisterebbero comunque le condizioni in termini di legittimazione democratica».
La nota è arrivata dopo una giornata in cui si sono rincorse le prese di posizione. «Una mia defezione procurerebbe danni seri al centrodestra e a tutto il Paese». Lo aveva detto Silvio Berlusconi. Nel libro di Bruno Vespa Il cuore e la spada. 1861 – 2011, il premier sostiene di non essere mosso da ambizioni politiche: «Il sacrificio a cui mi sottopongo è grande, a volte gli impegni sono disumani, ancorché sia aiutato nella quotidianità dell’azione di governo da quella straordinaria persona che è Gianni Letta, ma sto qui per senso di responsabilità».

LA RISPOSTA DI FLI: «NOI NON STACCHIAMO LA SPINA» – La risposta è arrivata dopo poco. «Futuro e Libertà ha sempre detto con chiarezza che non intende staccare la spina al governo ma, anzi, di volerlo sostenere per l’intera legislatura al fine di attuare il programma che ci impegna con gli elettori e in generale con il Paese». Lo dichiarano in una nota congiunta i capogruppo di Camera e Senato di Futuro e Libertà per l’Italia, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli. «In tutte le occasioni, compreso il recente dibattito sulla fiducia, abbiamo dimostrato la volontà di garantire la tenuta dell’esecutivo, la cui azione però è da rilanciare fortemente essendo oggettivamente ferma al palo sulle grandi questioni che riguardano gli italiani», si legge ancora nella nota. «Il problema – concludono Bocchino e Viespoli – non è pertanto la nostra presunta volontà di far cadere Berlusconi, ma la reale volontà altrui di dar vita a una nuova stagione di governo».

«NO ALL’ESECUTIVO DI TRANSIZIONE» – Le dichiarazioni del premier a Vespa sono antecedenti all’ultimo scandalo sulla vicenda Ruby, ma le parole di Berlusconi suonano comunque come una replica a quanti in queste ore, da più parti, lo invitano a un passo indietro. L’affaire che riguarda la giovane marocchina ospite delle feste ad Arcore, oltre che giudiziario, è ormai diventato infatti anche un caso politico. «Se è vero, il premier lasci» ha detto domenica il presidente della Camera Gianfranco Fini in merito all’intervento di Palazzo Chigi sulla questura. L’Italia dei Valori preme perché Berlusconi si dimetta e invita Futuro e Libertà ad «azioni coerenti» contro l’esecutivo. Il Pd invece appoggia l’ipotesi di un governo tecnico, seccamente rispedita al mittente sia dalla Lega che dal Pdl. «Macché governo tecnico, macché Lega interessata ad un governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti». Quindi l’avvertimento: «Se c’è colpo di Stato la rivolta del popolo è legittima». Ugualmente netta la presa di posizione del Pdl: «Nessuno tra di noi pensa neanche lontanamente a favorire con il suo apporto e la sua copertura manovre trasformistiche di governo tecnico» ha detto il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto. In caso di crisi di governo, secondo Cicchitto «l’unica via è quella del voto».

«IL GOLPE DEI FIGHETTA» – In caso di governo tecnico sarà rivolta. La Lega Nord boccia l’ipotesi, adombrata dopo le parole di Gianfranco Fini sul caso Ruby, di un esecutivo di responsabilità. E, scatenando l’indignazione dell’opposizione, si dice pronta a guidare la «rivolta popolare» contro quello che considera un golpe. Di voto Roberto Calderoli non ci sta neppure a discuterne. Anzi, contrattacca. «Macché Governo tecnico, macché Lega interessata ad un Governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c’é colpo di stato la rivolta del popolo è legittima». Carmelo Briguglio, parlamentare di Fli, commenta le parole del ministro alle semplificazione: «Il caso Calderoli come il caso Ruby sono segni di inadeguatezza di chi è chiamato a governare l’Italia e a rappresentarla nel mondo. Calderoli dovrebbe essere più prudente e avere maggiore senso dello Stato», ha detto il deputato finiano ricordando quando il ministro indossò la maglietta anti-islamica.«Con il grave gesto della maglietta anti-islamica, provocò l’assalto del consolato italiano di Bengasi con 11 morti e 25 feriti». E ha aggiunto: «Calderoli dovrebbe essere più prudente e avere maggiore senso dello Stato. Prudente come deve essere un ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione e che quindi non può violarla evocando rivolte di piazza anche in Italia».

L’APPOGGIO UDC – Intervistato da Vespa, il presidente del Consiglio parla anche delle future alleanze: «Avremmo gradito e gradiremmo un appoggio alla nostra maggioranza e al governo» da parte di Pier Ferdinando Casini e «mi auguro che l’Udc valuti a fondo questa possibilità nell’interesse del Paese» ha detto Berlusconi. Pronta la replica del presidente dei senatori dell’Unione di centro Giampiero D’Alia: «Dopo aver consumato l’ennesimo atto di trasformismo, comprandosi alcuni parlamentari siciliani dell’Udc, Berlusconi cosa vuole da noi?» ha chiesto D’Alia. «Berlusconi – ha aggiunto – può solo dimettersi e così si aprirà una fase nuova. È l’unico modo per risparmiare all’Italia ulteriori umiliazioni». (Il Corriere della Sera)

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Caso Ruby, il rapporto del questore Quella notte le telefonate furono due

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Caso Ruby, il rapporto del questore Quella notte le telefonate furono due


ROMA (Fiorenza Sarzanini)- Un’ora dopo la telefonata di Silvio Berlusconi al capo di gabinetto della questura di Milano, il caposcorta del premier richiamò il funzionario di polizia. Voleva essere informato dell’evoluzione della vicenda, chiedeva ulteriori chiarimenti. E, come risulta dalla relazione di servizio trasmessa dal questore Vincenzo Indolfi al Viminale, «gli fu risposto che erano ancora in corso accertamenti, come da indicazioni provenienti dal tribunale dei minorenni». La sera del 27 maggio 2010, mentre Ruby era sottoposta a fotosegnalamento, ci furono dunque due chiamate da parte del capo del governo. Alle 2 della notte la giovane marocchina lasciò la questura insieme al consigliere regionale Nicole Minetti, proprio come aveva richiesto il presidente del Consiglio. E, ribadiscono i vertici degli uffici di via Fatebenefratelli, come aveva autorizzato il magistrato di turno Anna Maria Fiorillo.

La concitazione negli uffici di polizia
Due pagine dattiloscritte inviate al ministro dell’Interno Roberto Maroni e al capo della polizia Antonio Manganelli ricostruiscono nei dettagli la notte che sta tenendo in fibrillazione il governo. Consegnano i dettagli di quanto avvenne in quelle ore. E descrivono in maniera chiara, anche se burocratica, la concitazione negli uffici di polizia e i contatti costanti con il magistrato proprio per rispettare la procedura dopo la richiesta formale che era arrivata dal presidente del Consiglio di «affidare la ragazza a una persona di fiducia, poiché si tratta della nipote del presidente egiziano Mubarak». Fu lo stesso Berlusconi a precisare che «di questa ragazza si può far carico il consigliere regionale Nicole Minetti». Il documento sarà acquisito anche dalla Procura di Milano titolare dell’indagine sul favoreggiamento della prostituzione che vede indagati la stessa Minetti, Emilio Fede e Lele Mora per il reclutamento di ragazze da portare alle feste organizzate ad Arcore e nelle residenze presidenziali.

La telefonata sul cellulare
Parte proprio dalla telefonata del premier, esattamente alle ore 23 «quando il capo di gabinetto Pietro Ostuni ha ricevuto sulla utenza del cellulare di servizio una telefonata di uno dei responsabili del dispositivo di sicurezza del presidente del Consiglio il quale gli preannunciava che il presidente voleva interloquire con lo stesso». Berlusconi parla, indica la strada da seguire. E subito dopo «Ostuni contatta la centrale operativa ove era di turno il commissario capo dottoressa Iafrate, apprendendo che nella serata era stata controllata e poi accompagnata in questura una ragazza straniera poi identificata come quella nominata». Nella relazione viene specificato che una volante del commissariato Monforte era «intervenuta in corso Buenos Aires 23 su richiesta di una ragazza che accusava Ruby di averle rubato 3.000 euro» e che al momento del trasferimento in questura «in base alle procedure ormai consolidate, stanti anche le indicazioni fornite in merito dal pubblico ministero di turno al tribunale dei minori Fiorillo, sono stati svolti tutti gli accertamenti atti alla identificazione della stessa finalizzati al conseguente accompagnamento in una comunità».

L’affidamento al consigliere regionale
Alle 24 circa, mentre la procedura è ancora in corso «l’addetto alla sicurezza del presidente del Consiglio richiamava di nuovo sul cellulare il dottor Ostuni chiedendo ulteriori chiarimenti sulla vicenda». Il funzionario gli spiega che bisogna completare i controlli perché così ha disposto il magistrato. «Nel frattempo – scrive il questore – giungeva in questura autonomamente il consigliere regionale Minetti, la quale riferiva di conoscere la ragazza, assicurando che era disponibile a prendersi cura della stessa». I poliziotti cercano comunque di trovare una sistemazione: «La dottoressa Iafrate, in stretto contatto con l’autorità giudiziaria, accertava che nel momento non vi erano posti disponibili nella comunità della zona. Stante la circostanza pertanto della certa identificazione della medesima, considerato anche il ruolo e quindi l’affidabilità del consigliere Minetti, stante anche il consenso formulato dalla ragazza che affermava di conoscere il consigliere regionale, di cui aveva anche il numero telefonico, sulla base delle indicazioni del magistrato si redigeva il verbale di affidamento conseguente».

«Nessuna frettolosità»
Alle 2 del 28 maggio, dunque in piena notte e sei ore dopo averla fermata, Ruby va via. La conclusione del questore, che il ministro Maroni e il capo della polizia hanno già fatto propria, è che «nella gestione della vicenda non si evidenzia alcuna modalità che richiami frettolosità, allarme o superficialità, avendo l’ufficio rispettato tutte le procedure previste». La relazione non può naturalmente spiegare numerosi dettagli oscuri di questa vicenda.

Chi avvisò Berlusconi del fermo di Ruby
Resta il mistero sull’identità della persona che avvisò il presidente Berlusconi del fermo di Ruby. Potrebbe essere stata davvero Michelle, la sua amica brasiliana che ha rivelato di averlo fatto quando Ruby la chiamò per chiedere aiuto. Ma la telefonata potrebbe essere stata fatta dalla stessa Ruby, visto che la procedura non prevede che ai minorenni venga preso il telefono cellulare come invece avviene per chi ha più di 18 anni. E poi si dovrà scoprire che cosa spinse il presidente del Consiglio a contattare direttamente il capo di gabinetto, ma soprattutto a mentire con lui sulla reale identità della giovane. Che ci fosse preoccupazione per l’eventualità che Ruby potesse essere trasferita in una comunità anziché affidata alla Minetti è provato dalla decisione di effettuare una seconda telefonata per sapere che cosa stava accadendo. E dalla scelta, ancora prima di aver ricevuto l’assenso del funzionario al rilascio della giovane, di mandare la Minetti in questura. (Il Corriere della Sera)

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