Shape Of Water, l’ultimo lavoro di Del Toro

di Danilo Piscopo

“Non siamo niente se non facciamo niente”. Presentare Guillermo Del Toro è una vera follia. Regista, Sceneggiatore, Produttore Messicano di inestimabile talento e fantasia. Ci ha abituati a lavori come La Spina del Diavolo, Cronos (che in pochi ricordano), Hellboy (1-2), Il Labirinto del Fauno (capolavoro assoluto), Pacific Rim (la risposta di qualità all’inetto e sconsiderato Micheal Bay e ai suoi Transformers).
Il nostro Guillermino non si è fatto mancare niente cinematograficamente parlando. Nei suoi film ci sono tantissimi riferimenti anche al cinema nostrano, basti pensare alla pellicola Crimson Peak che vive di suggestioni gotiche alla Mario Bava. Inoltre, di recente, si è espresso sulla notizia del remake (se di remake si tratta) di Suspiria di Dario Argento, definendo il film originale “Un Capolavoro irripetibile!”
Shape Of Water, l’ultima fatica di Del Toro, è semplicemente un film magnifico. La trama è semplice: siamo nel 1962. Elisa Esposito è una donna affetta da mutismo, a causa della recisione delle corde vocali da bambina, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove vengono effettuati degli esperimenti atti a contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. I suoi due unici amici sono la collega afroamericana Zelda e l’inquilino gay Giles, coi quali condivide una vita di solitudine ed emarginazione.
Un giorno al laboratorio viene portata una cisterna contenente una creatura anfibia dall’aspetto umanoide: è stata catturata in Amazzonia dove gli indigeni locali la veneravano come un dio. Elisa rimane molto affascinata dalla creatura, e comincia ad andarla a trovare di nascosto portandole del cibo e insegnandole a comunicare tramite la lingua dei segni americana.

Del Toro dirige ogni scena con quel delicato tocco che tutti ormai conosciamo, intrecciando insieme un’atmosfera fiabesca a una realtà spietata fatta di segregazione e xenofobia. Tutta la pellicola è un inno costante all’azione, al mettersi in gioco per qualcosa di giusto, di puntare il dito se è necessario.
Tecnicamente c’è poco da dire, stiamo pur sempre parlando di Del Toro! La CGI è limitatissima alle scene che la richiedono, senza essere invasiva, senza occupare tutto lo schermo. La creatura, che è venuta praticamente fuori dal Mostro della Laguna Nera di Jack Arnold e da Il Mostro della Palude di Wes Craven, ha uno dei costumi più belli visti in questi anni al cinema. La sceneggiatura è perfetta, anche se alcune scene (se proprio vogliamo con grandissimo sforzo trovargli dei difetti) sono un po’ troppo lunghe, ma che in ogni caso non vanno a discapito del ritmo del film.

Magnifico come sempre Michael Shannon, antagonista equilibrato e profondo, alla continua rincorsa del perfetto stile di vita americano. Sally Hawkins (che l’universo la benedica) ogni volta che è presente sullo schermo ne resti incantato, come quando da bambini ci incantava la voce di Mary Poppins, ma lei di più perché è muta. Richard Jenkins, il vicino omosessuale, che presto si renderà conto di cosa vuol dire davvero battersi per gli ultimi. Menzione speciale è per Doug Jones, ovvero la creatura, semplicemente spettacolare.

Di Shape of Water è difficile parlare, altrimenti bisognerebbe dilungarsi per pagine e pagine di lodi ed analisi delle scene. L’unica cosa sensata che si può fare e si deve fare, è vederlo e lasciarsi rapire, poi tornare alla realtà e riflettere. Del Toro ci suggerisce di essere umani atipici in mezzo a umani fin troppo umani, quindi fallibili, di usare le nostre ferite, i nostri difetti, le nostre differenze come armi contro chi ci vuole tutti uguali, silenziosi e ubbidienti. Ma ogni ferita può essere un’apertura da cui tornare a respirare.

Voto 5/5 stelle.

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