Prima si va alle elezioni e meglio sarà per tutti

(di Bruno Steri) –  Repetita iuvant, così pensavano i nostri antenati latini. E noi – per andare al nocciolo della nostra opposizione alla prospettiva di un “governo di emergenza” guidato da Mario Monti – proviamo a ribadire quel che da tempo andiamo dicendo. Lo facciamo ricapitolando rapidamente le tappe della catastrofica gestione della crisi greca da parte dell’Unione Europea. Verso la fine del dicembre 2009, i declassamenti a catena decisi dalle agenzie di rating (inaugurati da Fitch) prefigurano per la prima volta la possibilità del fallimento (default) di uno Stato dell’Eurozona e inducono Bruxelles a intervenire (maggio 2010) con un piano di “aiuti” al Paese ellenico di 110 miliardi di euro in tre anni, in cambio di draconiane misure di austerity per 30 miliardi. Quello stesso mese, l’Ue attiva il cosiddetto Fondo salva-stati (Efsf) con una dotazione finanziaria di 250 miliardi di euro. Niente da fare. La Grecia sprofonda e il rischio-contagio aumenta. Nel 2010, il suo deficit rimane ben sopra il 10% di un Pil che continua a contrarsi. Non ci vuole molto a capire il perché: i tagli alla spesa pubblica falcidiano pensioni, stipendi pubblici, scuola, sanità. Si privatizza tutto quello che c’è da privatizzare, ma il differenziale (spread) tra i titoli greci e quelli tedeschi prosegue ad ampliarsi. Così, proseguono anche i declassamenti, giù fino alla categoria minima CCC. Per evitare il peggio, a luglio 2011 si decide un nuovo pacchetto di “aiuti” per 109 miliardi. Questa volta uno sforzo devono farlo anche i creditori privati, chiamati ad un taglio (haircut) dei loro crediti del 21%: non è considerato un default solo perché, bontà loro, i creditori aderiscono su base volontaria. Altri aiuti, nuova stretta sociale. Ma la musica non cambia, anzi si fa ancor più stridente. La crisi greca non accenna a placarsi: nel 2011 è prevista una contrazione dell’economia greca del 5,5% e un deficit sempre vicino al 10% del Pil. Per le banche creditrici si profilano perdite che vanno ben al di là del 21% e che arrivano al 50% e oltre (per la verità, patimenti attenuati dalla promessa di impegni finanziari finalizzati ad una loro ricapitalizzazione). Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali gli istituti più esposti, con titoli di stato greci in portafoglio, sono quelli francesi e tedeschi. Sono loro, in realtà, i veri destinatari degli “aiuti”. Ricordiamo che l’Unione Europea ha affrontato la crisi, mobilitando tra il 2008 e il 2010 a sostegno degli istituti di credito 4.285 miliardi di euro, equivalenti al 36% del Pil dei 27 Paesi Ue, a fronte dell’assai meno consistente “sostegno” concesso (in cambio di “lacrime e sangue” sociali) ad un’economia greca che rappresenta appena il 2% dell’Eurozona, a parziale e insufficiente copertura del suo debito (che costituisce il 3% del debito totale).
Morale: non si risolve la crisi salassando i popoli a esclusiva tutela dell’establishment finanziario (e della speculazione). I fatti costituiscono un limite invalicabile anche per la più inossidabile ideologia liberista: davanti a noi campeggia infatti un gigantesco problema di equità (e di democrazia); ma anche un problema di efficacia della cura. Non vi può essere una reale inversione di tendenza senza un cambio radicale delle politiche europee: piani pubblici di sviluppo che diano risorse per la promozione sociale e la tutela ambientale, supportati da una Banca centrale in grado di convogliare in tali direzioni il risparmio continentale. Non dirigismo tecnocratico e diktat affama-popoli: pseudo-medicine capaci soltanto di uccidere il paziente. Si dice che l’Italia non è la Grecia. Ed è vero: il nostro Paese ha una struttura produttiva e risorse economiche che il Paese ellenico non ha. Ma occorre sottrarsi ad un’ispirazione economica fallimentare: con ogni evidenza, non è Mario Monti – posto a capo di un governo bipartisan – a poter imboccare una tale strada. In fretta, si renda conto di ciò la sinistra italiana; e si impegni a restituire la parola agli elettori. Meglio sarà per tutti. (Liberazione)

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