Pomigliano: la partita non è chiusa

NAPOLI – (di Gabriele Gesso) – Come tutte le partite anche quella di Pomigliano si deve giocare fino all’ultimo minuto ed il risultato non è scontato. L’esito del referendum impone ai vertici della Fiat una marcia indietro rispetto all’impianto ricattatorio e ridiscutere con i lavoratori i problemi legati alla produzione della nuova Panda, senza ledere i principi costituzionali e sotterrare il contratto nazionale. Questo è quanto dice quel 36% che la Fiom, con il contributo dei sindacati di base e delle forze politiche che si sono fortemente opposte all’accordo, sono riuscite a conquistare in un clima intimidatorio che avrebbe messo a dura prova qualsiasi resistenza.

Gli operai dello stabilimento FIAT di Pomigliano d'Arco manifestano per le strade di Napoli (foto di Andrea Baldo) ©2010 RIPRODUZIONE RISERVATA

Un risultato che vive tutto nello sciopero generale del 25 giugno, nella forza di migliaia di lavoratori che hanno attraversato il corteo di Napoli.
Come ormai si è scritto in tutte le salse, l’accordo di Pomigliano traccia i confini di una politica produttiva basata unicamente sull’abbattimento del costo del lavoro principalmente dal versante dei diritti. Una politica industriale stanca di progettare il futuro che si muove solo nell’ambito del ciclo di vita del prodotto senza in nessun modo tenere in considerazione la complessità dei sistemi economici e sociali. La crisi, che nelle scelte di far pagare gli errori solo ai lavoratori cresce e si amplifica, è utilizzata per giustificare le nefandezze di un capitalismo incapace di affrontare la sfida dell’innovazione, un capitalismo di predoni e vecchi padroni cloroformizzati. A rendere ancora più difficile la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici è il fronte unico tra Confindustria, Governo e sindacati gialli. È questo il contesto in cui scoppia il caso non solo di Pomigliano, ma di altre centinaia di strutture produttive che disegnano la mappa della dismissione industriale e del fallimento della Politica Industriale del nostro Paese.
Pomigliano non può chiudere, lo dicono i lavoratori in piazza, lo dicono anche alcuni giornalisti polacchi. In Polonia i costi di lavoro ed infrastrutture sono la metà di quelli che la Fiat affronterebbe in Italia. Non ci sarebbe partita, alla Fiat, che ha già promesso la Panda al governo Polacco in cambio di agevolazioni fiscali e finanziamenti sulle infrastrutture, conviene investire in Polonia. “Se questo non accadrà è perche la Fiat deve fare un favore al governo italiano” dice Kureth direttore del Warsaw Business Journal. Certo la chiusura di Pomigliano determinerebbe l’acuirsi di una crisi sociale che si abbatterebbe non solo su Berlusconi, ma anche sul governo fin’ora silente, della Regione Campania. Probabilmente però, se Pomigliano non chiuderà è anche grazie a quel 36% il cui significato è importante per tutti i lavoratori e parla alla Comunità Europea dei diritti che vanno estesi, non uniformati al ribasso.
La politica? In piazza il 25 giugno c’erano quasi tutti i leader nazionali dell’opposizione.
Paolo Ferreo, segretario di rifondazione, arriva alle 8.30 a Piazza Mancini e poi raggiunge il concentramento della Fiom poco distante. Durante la manifestazione spunta Niki Vendola e a piazza Matteotti un gazebo di Italia dei Volori ripara dal sole il dinuovo compagno Di Pietro e il parlamentare europeo De Magistris. Il PD? Non è dato sapere. Le sue strategie sono troppo complicate per noi comuni mortali. Quello che fin’ora si sa è che sono strategie perdenti.

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