Minacce al pm Di Matteo, lo stato risponde?

NAPOLI (di Maurizio Scialdone) – Le nuove minacce al giudice Di Matteo arriverebbero niente meno che da Totò Riina. Non solo a Di Matteo, ma a tutto il pool di Palermo, Messineo e Scarpinato inclusi. “Fosse l’ultima cosa da fare, quelli lì devono morire” e ancora “mi stanno facendo impazzire“. Così riporta un articolo del Corriere della Sera online del 14 novembre, come molti altri quotidiani di tutto il paese.

Toto' RiinaLo Stato da parte sua e come suo solito, non fa attendere la sua risposta. Infatti non c’è proprio niente da attendere perché risposte non ne sono arrivate. Silenzio assoluto. Stessa solerzia che invece è stata adottata per far piovere sulla testa di Di Matteo e tutto il pool di Palermo un procedimento disciplinare che si chiede di archiviare con una petizione online lanciata dalla redazione di  Antimafia 2000 e sottoscritta dal movimento Agende Rosse e Salvatore Borsellino.

Come se non bastasse da Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese, implicato nel processo Ghota 3, ambienti eversivi di estrema destra e collusioni con altri ambienti, l’avvocato Saro Cattafi, destinatario di un 41 bis, in un articolo apparso su Stampalibera.it il 26 ottobre scorso, si sfoga in pubblica udienza dichiarando che avrebbe volentieri preso a schiaffi  quel Fabio Repici, già avvocato di Sonia Alfano nel processo per l’omicidio del padre Beppe, di Adolfo Parmaliana, professore universitario morto suicida per aver denunciato collusioni tra mafia e rappresentanti dello stato, dell’urologo Attilio Manca, “suicidato” perché coincidenza volle che a Marsiglia ci fosse lui, specialista in operazioni alla prostata, e contemporaneamente un tale Bernardo Provenzano che fu operato di proprio di prostata in quei giorni a Marsiglia. Saro Cattafi sarebbe per giunta legato a Giuseppe Gullotti indicato nel processo Alfano come il mandate dell’omicidio.

Nello stesso articolo, su Stampalibera.it, all’indomani della dichiarazione di Cattafi, Salvatore Borsellino dichiarava: “Immaginate se fosse stato Totò Riina, figura di vertice di Cosa Nostra, ad aver rivolto frasi di questo genere in pubblica udienza a Palermo ad un avvocato difensore di tante famiglie vittime di mafia”, prosegue Borsellino, “lo Stato avrebbe probabilmente convocato all’istante il locale Comitato per l’ordine e la sicurezza ed avrebbe immediatamente messo sotto protezione il destinatario di quelle minacce.” “Nel caso di Fabio Repici”, però, conclude il fratello del giudice ucciso dalla mafia, “nulla di tutto questo è accaduto”.

Ora, non in pubblica udienza, le minacce di Riina sembrerebbero arrivate. Attendiamo fiduciosi quanto auspicato da Salvatore Borsellino.

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