Luigi De Filippo: «A Roma il teatro per Peppino, a Napoli solo una strada»

Luigi De Filippo

NAPOLI (di Gianluca Abate) — La sua giornata è iniziata con un sorriso: «Hanno messo in giro una calunnia che devo smentire. Dicono che ho 81 anni. Non è vero, io me ne sento cinquanta». È finita con un pizzico (o forse qualcosa in più) d’amarezza: «Roma ha un teatro dedicato a mio padre, Napoli no. È una cosa che mi dispiace, ma non mi meraviglia. Il Comune di Napoli pochi mesi fa gli ha intitolato una strada. Ci ho messo trent’anni per convincerli, non ho davanti a me altri trent’anni per convincerli a dedicargli un teatro. Chissà, forse hanno tempi lunghi. La verità è che l’opportunità me l’hanno data qui». Già, perché la «nuova casa» di Luigi De Filippo è a Roma. È su quel palco calcato prima di lui da Maurizio Costanzo. È nel nuovo «Parioli-Peppino De Filippo», un teatro abbandonato che «poteva diventare un garage, una jeanseria, un supermercato». E che invece, grazie all’impegno e alla passione di De Filippo e della moglie Laura, a dicembre riaprirà i battenti. «Ho dedicato questo teatro a mio padre perché è stato un grandissimo artista. Ma, più in generale, è un omaggio alla famiglia De Filippo. Eduardo, Peppino e Titina sono stati quanto di meglio abbia offerto il teatro italiano. Eduardo meritava il Nobel, Peppino è stato il più grande attore comico di teatro, Titina un’ineguagliabile interprete. Siamo una famiglia che, a partire da Eduardo Scarpetta, attraverso tre generazioni ha dato tantissimo al teatro

L’ARTE DEI DE FILIPPO – E ora, a 81 anni (mi querelerà per calunnia?), Luigi De Filippo insegue un altro successo. È il direttore artistico di uno dei più importanti teatri della Capitale, «e qui voglio rappresentare le commedie di Peppino, le mie, quelle di mio nonno. Tre mesi saranno dedicati al teatro di tradizione». Gli altri tre, invece, ospiteranno rappresentazioni nazionali, «ma stando attenti a scegliere, perché il teatro d’innovazione spesso sorprende, ma a volte propone cose noiose, banali, superficiali». Così, al Teatro Parioli-Peppino De Filippo, le rappresentazioni più «classiche» (Napoli: chi resta e chi parte di Raffaele Viviani, Il burbero benefico di Carlo Goldoni, Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia) si alterneranno al gospel, all’operetta, alla satira dal titolo fulminante (Stasera non escort). A chiudere la stagione, poi, sarà proprio Luigi De Filippo, che dirigerà e interpreterà Storia strana su una terrazza napoletana. La scrisse nel 1973. E, ricorda oggi, «la feci leggere a mio padre per riceverne un giudizio. I giorni passavano, ma non diceva nulla. E io ero sulle spine, temevo una bocciatura». Un giorno, invece, trovò un biglietto lasciato da Peppino De Filippo: «Caro Luigi, hai scritto una bella commedia. Vorrei averla scritta io. Papà».MATTATORE – È un Luigi De Filippo in splendida forma quello che fa da mattatore nella giornata in cui apre le porte della sua «nuova casa». Jeans, sneakers, bretelle e giacca, tiene banco per un’ora e mezzo tra gag, aneddoti, riflessioni profonde. E spiega innanzitutto che la prima cosa da fare è mettere un po’ d’ordine nella storia dei De Filippo. Sarà che «soprattutto i giovani fanno confusione». O, magari, sarà «che siamo tanti». E così, racconta, può accadere di tutto. «Una volta a Napoli ero davanti al teatro dove sarei dovuto andare in scena, e ho visto due signore leggere il manifesto dello spettacolo. Allora mi sono avvicinato per curiosità. E ho sentito una delle due donne dire: stasera fanno La fortuna con l’effe maiuscola, con Luigi De Filippo. Ma non era morto?». E non che sia andata meglio con la televisione. «Ero a Napoli per girare la fiction su Pupetta Maresca, e la gente del vicolo chiedeva con insistenza al regista quale attore famoso arrivasse. Lui ha risposto Luigi De Filippo, e quelli di rimando: ah, il padre della De Filippi…». È anche per rimettere ordine nella tradizione smarrita che De Filippo (Luigi) vuol realizzare «un teatro napoletano a Roma. E sia chiaro, non l’ho fatto a Napoli perché lì non ne ho avuto la possibilità, non per fare un dispetto. Anzi, voglio rendere omaggio alla fantasia e alla creatività artistica della mia città unica e non omologabile, che qui ha sempre ricevuto simpatia e consensi. Ai De Filippo Napoli ha dato natali e ispirazione, Roma ha consacrato il successo».

TRE GENERAZIONI – Ecco, il teatro di Roma intitolato a Peppino sarà anche questo. Sarà «il ricordo di tre generazioni». E, attraverso loro, sarà «il ricordo del teatro italiano», condito da esilaranti aneddoti sulla famiglia che a raccontarli tutti ci vorrebbe un libro. Due, però, val la pena di citarli. Quello di Eduardo Scarpetta, che all’impresario di un teatro in provincia di Napoli che temeva di non avere abbastanza pubblico spiegò che su mille cittadini «300 non verranno perché sono bambini o anziani, 300 non verranno perché lavorano i campi, ma gli altri 400 verranno tutti». E, quando la sera dello spettacolo il teatro rimase desolatamente vuoto, Scarpetta rispose così all’impresario furibondo che chiedeva spiegazioni: «Scusatemi cavalie’, m’ero scordato i fetienti». Fu sempre Scarpetta, poi, a gettare una corona d’alloro in bronzo. Gliel’aveva regalata «un certo Carlo Marx», arrivato al teatro Mercadante di Napoli per assistere alla sua rappresentazione. Perché quel gesto? «Be’, chill’ ci aveva messo su una fascia viola. Roba da jettatori, a teatro». A sentirle, queste storie, si capisce perché la moglie Laura dice che «un De Filippo non può restare senza casa». Ora ce l’ha, e non gliel’ha data «nessun politico» né «Napoli». Lui sorride, ma stavolta gli occhi tristi lo tradiscono. Chissà, magari è proprio vero che «il palcoscenico è un luogo dove si può fingere, ma non mentire». (Corriere del mezzogiorno)

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