Lettera alla Presidenza della Repubblica italiana, «E’ il momento di unire le forze»

di Anna Maria Di Nunzio

Illustre Signor Presidente,

Mi perdoni se La inopportuno in un momento tanto delicato quanto drammatico per il nostro Paese, ma nutro più fiducia nelle Istituzioni che nella Provvidenza. O, quanto meno, ritengo che le faccende che sto per riportarLe abbiano urgenza di risoluzione. Non è il caso di aspettare l’intervento divino.

Le scrivo nella triplice veste di giornalista, studentessa universitaria e semplice ragazza di 23 anni. È necessario anche farLe presente che sono napoletana, ed è all’ombra del Vesuvio che sto componendo questa lettera. A breve capirà il perché di questo appunto.

In quanto giornalista, vorrei rispolverare una vecchia faccenda, vecchia quanto la nostra Repubblica, se non di più, che però da quando il Covid-19 è sbarcato in Italia sembra essere stata silenziata. Eppure proprio la pandemia, o meglio le conseguenti misure di contenimento, hanno alimentato le fiamme di questa problematica, che adesso è un incendio doloso. Mi riferisco al gap economico (ma anche socio-culturale) che separa il Nord dal Sud. Tempo fa, il Corriere della Sera ha ricordato di aver pubblicato nel 1972 un articolo in cui un grande meridionalista come Pasquale Saraceno prevedeva che “Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020”. Purtroppo, mai previsione fu tanto errata.

Già con la grande recessione, come riportato dall’Istat, il divario nel livello, nella densità e nella stabilità dell’occupazione raggiunse nel complesso i 24 punti percentuali, sfiorando i 20 punti per gli uomini e addirittura i 29 punti per le donne. L’Italia, dal 2008 al 2019, è andata sempre più accentuando il suo tradizionale record europeo di differenze territoriali nel mercato del lavoro. Poi il Coronavirus ha bussato alle nostre porte. Conseguenza? Una contrazione dell’attività economica più forte nel Nord industriale.

Ma con impatti, dal punto di vita dei posti di lavoro e dunque della perdita di reddito, molto più pesanti al Sud. È qui infatti che sono più diffusi i contratti di lavoro temporanei, cioè precari: quelli che si sono interrotti nonostante il blocco dei licenziamenti. Per non parlare del cosiddetto “lavoro a nero”. Così il Coronavirus ha allargato l’eterno divario italiano. A descrivere come la pandemia abbia colpito in maniera differenziata le diverse parti del Paese è stata la Banca d’Italia, nel rapporto “L’economia delle regioni italiane – Dinamiche recenti e aspetti strutturali”. Del resto, la crisi economica ha colpito maggiormente le famiglie appartenenti ai quinti più bassi della distribuzione del reddito da lavoro equivalente, “la cui concentrazione è maggiore nel Mezzogiorno”. E “nell’area è anche più elevata la quota di famiglie il cui principale percettore di reddito da lavoro è un lavoratore dipendente con contratto a tempo determinato o occupato in settori come quello turistico e ricreativo, che più hanno risentito degli effetti della pandemia. Inoltre nelle famiglie meridionali è inferiore la percentuale di occupati che hanno la possibilità di avvalersi del lavoro a distanza”. Parole, queste, uscite proprio dalla Banca d’Italia. Se poi a tali dati aggiungiamo che la povertà è concime per la Camorra, ecco che potrà capire l’urgenza di trovare una soluzione.

Sa, da dove vengo io spesso, pur sapendo distinguere tra giusto e sbagliato, tra legale ed illecito, la gente non riesce a trovare altre soluzioni se non aprire le porte alla malavita. Certo, non si vuole qui fare di tutta l’erba un fascio, ma ci pensi: un uomo di mezza età, magari padre di due adolescenti e con un neonato da poco arrivato, che abita nei Quartieri e ha sempre lavorato a nero, improvvisamente si trova chiuso in casa, senza più lavoro, senza più dignità; un ragazzo che ha deciso di aprirsi una pizzeria nel Centro Storico, tra piazza Dante e piazza del Gesù, vede il proprio conto andare in rosso dalla sera alla mattina. In questi casi, e sono solo due dei milioni di esempi che si possono fare, Le assicuro che le Istituzioni si sono dimostrate sorde e cieche. La Camorra, invece, ci ha visto e ci ha sentito lungo. Ecco perché dovrebbe essere priorità assoluta far ripartire il Sud, colmare il divario economico e privare la malavita della sua unica fonte di nutrimento: la disperazione della gente, il senso di abbandono, la fame.

Come studentessa universitaria invece, Le posso dire che non c’è più quel piacere di scoprire come funziona il mondo. Mi sembra che tutto si sia ridotto ad un mero “ingerire” quante più nozioni possibili per passare l’esame. Spesso la motivazione manca, la voglia cala e mi chiedo perché, considerando l’importanza rivestita da cultura ed istruzione, proprio queste siano state messe non in secondo, ma in decimo piano dalle misure prese nell’ultimo anno. Aule studio, biblioteche, caffè ai distributori automatici, chiacchierate nei corridoi, sulle scale. L’università è fatta soprattutto di incontri, contaminazione, scambio.  A volte si imparano più cose dal confronto diretto con gli altri, che da vecchi saggi ingialliti. Oggi è tutto dentro ad un computer: lezioni, professori, dispense, esami, piano studi. Il presente si trova in un monitor sempre acceso. Il futuro, invece, al momento non è alimentato da alcuna presa. E posso assicurarLe che molti studenti si trovano nella mia stessa situazione. Per non parlare poi, e qui potrebbe ritornare il problema del gap economico e socio-culturale che divide in due il Paese, che non tutti hanno la possibilità di restare giornate intere connessi ad un modem. E non è un caso, allora, se la percentuale di giovani che hanno rinunciato agli studi è salita del 34,7% nell’ultimo semestre. È difficile ricordarsi che dopo la pioggia torna sempre il sole, se all’orizzonte si vedono continuamente nuvoloni grigi. L’Italia, oggi più che mai, ha bisogno di capitale umano preparato, di innovazione, di vita. Siamo noi, le nuove generazioni, la speranza e la continuità della penisola. È necessario coltivarci, non spegnerci. Urge anche qui un intervento, prima che la situazione diventi irrecuperabile.

Infine, Le scrivo in veste di semplice ragazza di 23 anni. Ragazza che, forse proprio perché nata in un posto che è sia grazia che condanna, è sempre riuscita ad intravedere un barlume di speranza, anche nel buio. Napoli mi ha insegnato che c’è del bene anche nel male, e viceversa. Che se ti sai arrangiare puoi farcela. Sempre, fino ad ora.

Solitudine, emarginazione, paura. Sono l’oggetto delle segnalazioni raccolte dal mondo giovanile, quello a cui appartengo, durante questa pandemia. E posso confermarLe tutto.

In Italia in questi giorni ha acceso grande attenzione la denuncia del Prof. Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma, che ha posto l’attenzione sull’incremento tra i ragazzi della mia età di ansia, irritabilità, stress e disturbi del sonno, fino ad arrivare ai casi estremi, in preoccupante aumento, di autolesionismo e tentato suicidio, come dichiarato in un’intervista rilasciata qualche settimana fa all’Espresso. Nei mesi di aprile e maggio si è riscontrato, rispetto all’anno precedente, un notevole aumento (+35%) dei casi gestiti dal Centro di Ascolto e Consulenza. Per la maggior parte dei contatti, la causa scatenante ha a che fare con il tema della salute mentale (28,4%), seguita da situazioni di abuso e violenza (18,55%) e difficoltà relazionali (17,96%). In particolare, le tematiche soggette ad un maggior incremento nell’area relativa alla salute mentale sono state la solitudine (+45%), crisi di identità e progetti di vita (+43%). In circa 7 casi su 10 il chiamante ha individuato in un genitore il responsabile della situazione problematica. Allarmanti anche i numeri provenienti dal 114, Servizio emergenza infanzia. Sono stati 410 casi gestiti dal 21 febbraio al 20 maggio (+13%). In molti di questi si è reso necessario l’intervento dei servizi territoriali e/o delle autorità. Le motivazioni principali? Ideazione suicida (+38%), abuso psicologico (+25%) e abuso fisico (+20% rispetto all’anno precedente).

Abbiamo paura, siamo sfiduciati, non riusciamo a vedere la fine di questo lungo tunnel. Spero che la campagna vaccinale prosegua in maniera efficace ed efficiente, ma soprattutto spedita: la vita non aspetta nessuno, tantomeno le grandi case farmaceutiche. Ne va del futuro dell’Italia, Signor Presidente.

Chiedo scusa se Le ho rubato molto tempo, ma era necessario rimarcare queste problematiche. Sono sicura che farà quanto in suo potere per risolverle al più presto.

Attendendo tempi migliori,

La saluto cordialmente.

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