La fobia dell’uomo nero, manifestazioni in tutto il mondo

di Anna Maria Di Nunzio

La morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso da quattro agenti durante un fermo di polizia il 25 maggio scorso a Minneapolis, ha dato vita ad una serie di manifestazioni e proteste civili. Da oltre una settimana, malgrado coprifuoco, lacrimogeni e scontri violenti tra protestanti e forze dell’ordine, il motto “Black Lives Mater” (La vita dei neri conta) riecheggia più forte che mai tra i grattacieli degli Stati Uniti, diramandosi in buona parte del Globo. Tutti gli agenti coinvolti nell’omicidio sono stati arrestati. Derek Chauvin, l’agente che ha tenuto il ginocchio sul collo della vittima per bene 8 minuti e 46 secondi decretandone la morte, è stato accusato di omicidio volontario. Ma ciò non è bastato per placare il movimento. Nato con lo scopo di dare giustizia all’ennesimo nero innocente spento da un bianco in divisa, i manifestati hanno ampliato il loro grido di protesta, tornando su uno dei temi che da secoli fomenta gli animi, e le discriminazioni, nel Nuovo Continente: il razzismo.

Tragedie come quella alla quale abbiamo assistito grazie ad un video postato su internet sono, ahimè, all’ordine del giorno. In America, nonostante la questione dello schiavismo sia ormai un capitolo chiuso e almeno teoricamente si riconoscano a tutti gli uomini, a prescindere dal colore della loro pelle, eguali diritti, la percezione sociale degli afroamericani come “diversi” è ancora forte nella cultura dominante. Le disuguaglianze e i pregiudizi gravano come una pesante armatura di piombo sui “neri”, li collocano in una posizione sociale inferiore, una classe secondaria immaginaria, come se dignità e diritti fossero privilegi concessi a pochi. La paura dell’altro si manifesta tutt’oggi con la violenza.

La verità è che le rivolte sociali non hanno come fine ultimo il riscatto per la morte di George, nessun Giudice potrà mai ridargli il respiro. Bianchi e neri, per la prima volta nel corso della storia più uniti che mai, gridano a piena voce per ottenere ciò che manca in ogni società, non solo in quella americana: il riconoscimento concreto dell’uguaglianza universale. La distruzione delle disuguaglianze. L’entrata in vigore effettiva dell’articolo I della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, per il quale “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di conoscenza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Purtroppo l’esistenza stessa del motto “la vita dei neri conta” dimostra quanta strada ancora l’umanità debba fare affinché ciò si realizzi. Forse l’ultimo, disperato grido di aiuto di un uomo la cui unica colpa è stata avere la pelle nera riuscirà a portare il mondo verso l’abbattimento del razzismo. O magari no.

Eguali propositi seguirono la raccapricciante scoperta dell’olocausto, la conferma che l’essere umano può organizzare un genocidio basandosi su motivazioni puramente razziali, ma gli ultimi avvenimenti ci hanno mostrato come sia difficile imparare dagli errori passati, quanto l’umanità sappia essere recidiva. E se non è bastato l’olocausto, se nemmeno l’ordinamento giuridico ha potuto abbattere le discriminazioni razziali, se gli abusi provengono addirittura dalle istituzioni, o meglio da chi le rappresenta… come potrà un movimento indirizzare il mondo vero la retta via? La fatidica domanda da un milione di dollari.

Black Lives Mater”: un nobile ideale che tuttavia trova difficile applicazione. Tre parole che sottolineano il valore della diversità, la necessità sociale ed umana di abbracciare il prossimo non con l’intento di soffocarlo. Lettere che trasudano tutta la rabbia, tutto il dolore ed ogni singola lacrima per coloro ai quali la possibilità di vivere e vedere un mondo privo del concetto di razza è stata strappa brutalmente dal petto.

La polizia, e le Istituzioni Statali, non dovrebbero cercare di reprimere le manifestazioni. Dovrebbero unirvisi, scendere in piazza e divenire guidatori della stessa folla che ora vorrebbero vedere dileguarsi dietro la vecchia fobia dell’uomo nero.

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