Il nord, il sud e la parità dei diritti

di Bonaventura Franchino

La tanto discussa Costituzione, per certi versi oggetto di continui tentativi di violenze, esiste e nonostante i suoi tanti detrattori è tutt’ora viva e fonte di grande democrazia.
Nel lontano 2001 fu operata una modifica del titolo V della costituzione apportando innovazioni all’art 166 nella parte in cui consentiva alle regioni Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta di disporre di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale. In alcune materie tipicamente di natura locale.

La modifica apportata all’art 116 per impulso del PD perché riteneva di poterne trarre benefici elettorali. Successivamente, vigente il governo Gentiloni, ormai in regime di prorogatio, in uno al sottosegretario Bressa ( del partito democratico eletto nel collegio Trentino) in prossimità delle elezioni del 4 marzo scorso, stipularono con le regioni veneto, Lombardia ed Emilia Romagna , un pre accordo teso a modificare l’art.116. Successivamente, tale preaccordo è stato inserito, ovviamente su pressioni della lega e del concomitante silenzio consapevole del M5S , tra le priorità dell’attuale Governo.
Al fine di dare maggiore risalto a tale tema, nelle regioni del nord si susseguono dibattiti, tavole rotonde ed incontri vari; tali incontri, pur restando nel vago, in quanto non sanno indicare nessuna forma di modifica dell’art 116, lasciano intendere che le regioni più ricche avranno titolo a servizi migliori per quantità e qualità e quindi maggiori diritti nei confronti dei cittadini delle regioni più povere; il tutto sul mal interpretato principio di cui all’art 116 della costituzione.
Sulla falsariga di tale concetto, è stato elaborato una sorta di accordo fra i governatori delle regioni sopra indicate e la ministra leghista Stefani, teso a portare avanti una proposta di modifica del citato titolo quinto facendo si che venga data una più piena autonomia alle dette regioni di guisa da poter riconoscere ai loro cittadini la titolarità di diritti maggiori rispetto alle popolazioni del sud .
Se ciò fosse vero, vedrebbe le regioni del sud notevolmente quanto ulteriormente impoverite perché riconosciute titolari di diritti inferiori rispetto ai cittadini delle regioni più ricche.
Il tutto, ovviamente, senza tenere conto che la nostra carta costituzionale., ispirata al principio che tutela la parità dei diritti dei propri cittadini, contiene norme di carattere cogente nel senso che di certo non consentono un simile argomentare
Difatti l’autonomia concessa alle regioni ha dei precisi ambiti e di certo non può consentire il legalizzarsi l’esistenza di cittadini senza parità di diritti; di conseguenza, ogni discorso in senso contrario alla parità non può avere diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento.
Purtroppo, ciò che dispiace, e non poco, è che tali problematiche si stanno sviluppando ed articolando in sordina, senza che di ciò sia dato il giusto risalto.

Evidentemente, per colpa e responsabilità del PD e M5S; il primo per aver sottoscritto preaccordi ed il secondo molto probabilmente perché ha barattato il contributo di solidarietà con la rinuncia alla tutela di diritti fondamentali. Poiché il problema è di gravità assoluta ed i diritti in gioco sono fondamentali, è necessario che di tale problematica venga dato ampio risalto e che alta si alzi la voce per la tutela e rispetto dei principi fondanti della nostra carta costituzionale, improntata alla libertà e pari diritti e dignità fra tutti i cittadini.
E’ necessario che si ponga argine alla deriva antidemocratica che si sta sviluppando nel nostro paese con movimenti semplicemente populisti che nulla hanno da condividere con la nostra solida tradizione repubblicana.

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