Fabrizio De André, Principe Libero

di Danilo Piscopo

C’è bisogno di un po’ di tempo, tempo per assimilare e metabolizzare la visione di questo film.

Bisognerebbe chiarire in primis che non si tratta di un film per il cinema, bensì di una miniserie televisiva in due atti. Questo cambia moltissimo. Al cinema lo spettacolo è durato tre ore, con inquadrature, ritmo, messa in scena, fotografia, recitazione degli attori, tutto questo con tempi scenici e scelte registiche tipiche di un prodotto destinato alla tv.

La storia ripercorre quarant’anni di vita, privata e artistica, del cantautore Fabrizio De Andrè. Parlare di Faber non è mai cosa semplice, soprattutto per chi lo ama (come me) e ha in testa la sua versione soggettiva. Non esiste un solo Fabrizio De Andrè, esistono tanti De Andrè, ognuno differente dall’altro. In comune hanno solo la voce (profonda e sciamanica) e la musica, quelle note che sembrano scavare nel profondo, percorrendo un viaggio dal profumo eccentrico dei salotti borghesi di Genova, al sudore acre e vero dei pescatori che trascinano le reti lungo la Crêuza de mä (strada collinare che porta verso il mare).

Non esiste un solo De Andrè e Marinelli (che nel film lo interpreta) lo sa bene. Ne da una sua versione, credibile in molti punti, senza strafare, senza idolatrarlo. Così come Faber decise di fare con la sua versione di Gesù nell’album La Buona Novella, togliendo dalla storia la figura di un dio onnipresente e ingombrante e portando in primo piano ciò che conta davvero: l’Uomo.

Così fanno gli sceneggiatori e il regista, sbarazzandosi del mito dell’anarchico, poeta degli ultimi e degli sfruttati, e mettendo in luce le fragilità, le dipendenze, le irruenze e i tradimenti di un semplice uomo innamorato della propria arte.

Non è facile accostarsi a De Andrè, accusato spesso di essere pedante e noioso, da tutti quelli che sfoggiano con orgoglio la loro idea di musica che deve essere uno svago. Spesso si cade nell’errore di accostare alla parola svago il sinonimo di intrattenimento, ma non è la stessa cosa. In questo fraintendimento cade anche l’idea di cinema. L’intrattenimento (cinematografico o musicale) ha lo scopo di raccontare allo spettatore una storia da cui trarre, se si vuole, un messaggio, un’idea. Per lo svago esistono i “film” dei Vanzina o Neri Parenti, nella “musica” esistono i Negramaro o le varie Amoroso/Marrone.

La musica parla alle persone, alle più umili, tentando di spiegare concetti altrimenti ostici. È a questo che servono gli artisti, come dice Ennio Fantastichini nel film, che interpreta magistralmente il ruolo del padre di Fabrizio.

Niente da dire sul cast, a mio avviso spettacolare. Un fantastico e posato Marinelli, come abbiamo già detto. Un malinconico e sognate Luigi Tenco, ruolo difficile e con non poche sfaccettature. Uno straordinario Paolo Villaggio, interpretato magnificamente da Gianluca Gobbi. Straordinaria Valentina Bellé nei panni di Dori Ghezzi e Elena Radonicich che interpreta Puny, la prima moglie del cantautore.

Ci troviamo di fronte ad una fiction, come dicevo in partenza. Forse a una delle migliori dell’ultimo periodo, di certo non si può accostare (fortunatamente) a spazzatura televisiva come L’Onore e il Rispetto o Le Tre Rose di Eva. Ma nemmeno a biopic falliti come lo sceneggiato su Domenico Modugno, imbarazzante e sconclusionato.

Luca Facchini, regista, fa il suo dovere e lo fa bene, portando a casa un prodotto interessante e (finalmente!) aperto a tutti.

 

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