Disparità di genere, il punto della questione

di Anna Maria DI Nunzio

Perché i progressi verso alcuni aspetti dell’uguaglianza di genere sono lenti e ancora difficili? Ci sono dimensioni nascoste della disuguaglianza? Come possono le pratiche e i comportamenti cambiare o sostenere i ruoli di genere tradizionali?

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

. Così si apre la nostra Costituzione, dove la parola “uomo” sta ad indicare la specie “essere umano”, e non un essere umano di sesso maschile. Non a caso, il terzo articolo sancisce: << tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali >>. Ma la teoria coincide davvero con la pratica?

La disuguaglianza di genere è ancora presente nel Mondo, e specialmente in Italia, dove le tendenze sono leggermente peggiori rispetto agli altri Paesi che si professano “civili” (Germania, Francia, USA, Olanda, Finlandia ecc.). Esempio pratico? Lo stipendio medio di un uomo è superiore del 16% rispetto a quello di una donna. Se un uomo percepisce 1000 euro, mediamente una donna ne guadagna 840 (Fonte Eurostat). La cosa paradossale? Esiste una connessione molto stretta e provata per cui più alto è il titolo di formazione di un soggetto (diploma, laurea triennale, laurea magistrale, Master, dottorato di ricerca, e così via), più è probabile che egli avrà un reddito elevato. Nel caso delle donne, tuttavia, questo non avviene. Il paradosso deriva dal fatto che in Italia non solo si laureano più donne che uomini, ma i loro voti sono anche più alti. Allora come mai le donne sembrano guadagnare di meno?

La risposta è che le donne lavorano, poi non riescono a fare carriera e raggiungere i vertici decisionali e manageriali in aziende o istituzioni, pubbliche o private che siano. Questo crea un gap disarmante. Volendo capire cosa è successo negli ultimi 10 anni (dal 2008 al 2018), potremmo prendere ad esempio il ruolo di CEO (Amministratore delegato) di sesso femminile nelle aziende: nel 2008 era 0%, nel 2018 il 3%. Considerando che le donne laureate sono di più degli uomini e con voti migliori (quindi teoricamente più preparate), c’è qualcosa che non torna.

Una questione culturale

La donna ancora oggi è vista come la parte debole e sacrificabile delle famiglie italiane (nel Sud in primis). Sono meno libere, represse da una cultura patriarcale.

Molte donne subiscono inoltre la vergogna di sbagliare. Si pensi allo stupro e al classico “però era vestita scollata”, che dovrebbe giustificare atti di violenza, rendendo la vittima pari al carnefice, oggetto e non soggetto dell’atto criminale.

La cultura, ancora fortemente cattolica e oppressiva, su questo tema di certo non aiuta. Non a caso, le donne non possono far messa, sono relegate a “compiti inferiori” nel mondo ecclesiastico.

Per capire poi quanto una persona sia realmente indipendente, possiamo ragionare sulla capacità di muoversi liberamente sul territorio. In Italia è ancora essenziale l’uso della macchina per avere una mobilità completa e autonoma, sia nei movimenti sia nelle fasce orarie, soprattutto per chi viene da contesti di periferia urbana o vive nelle campagne. Ecco, è interessante il dato per cui l’85,16% degli uomini ha la patente, mentre solo il 63,21% delle donne è in grado di guidare. Tra l’altro possiamo anche smetterla con questa FAKE NEWS di “donne al volante, pericolo costante”: il 75% degli incidenti stradali è causato da uomini.

Famiglia o carriera

Il nostro (sbagliato) retaggio culturale incita le donne a restare a casa e prendersi cura dei familiari in senso ampio (figli, parenti con disabilità, genitori anziani ecc.). Questo implica che esse abbiano meno tempo per lavorare. L’uomo lavora, è lui il capofamiglia (sistema patriarcale). La donna deve invece scegliere tra casa e carriera. Non a caso, i sistemi di flessibilità del lavoro in Italia sono ancora molto scarsi e far conciliare vita privata e lavorativa è attualmente molto complesso. Ad un certo punto, purtroppo, si decide in alcuni casi (ma significativi numericamente) di lasciare il lavoro per badare ai figli, sia per senso di colpa, sia per una forte pressione sociale. Ovviamente i dati sono “medi”, dunque non è detto che tutte le donne siano costrette a farlo. C’è sicuramente una parte che decide di effettuare questa scelta spontaneamente e con convinzione, non in quanto emarginata o forzata. Eppure, citando una statistica degli ispettorati del lavoro del 2019, circa 30.000 donne hanno dato le dimissioni dal posto di lavoro in occasione della maternità. Motivo? Non era garantita loro alcuna tutela.

E se una donna non vuole avere figli? Se vuole esclusivamente pensare alla propria carriera lavorativa? In questo caso allora è strana, diversa, sbagliata. Sì, perché se a 30 anni sei ancora single e non hai già partorito almeno un bambino, allora quasi non ti viene riconosciuto il tuo essere donna. La società ti addita come soggetto a-normale, sei difettosa, sicuramente nessun uomo ti ha voluta, non hai valore. Magari hai tre lauree, ma non è la stessa cosa dell’avere tre figli. Non in Italia.

La politica della svolta

Poichéé il genere rimane una delle basi più antiche della discriminazione, le politiche che affrontano le norme discriminatorie radicate e gli stereotipi, i pregiudizi e le pratiche dannose di genere, sono fondamentali per la piena realizzazione dei diritti umani delle donne.

Le politiche possono prendere di mira direttamente le norme sociali. Il cambiamento dei rapporti di potere ineguali tra gli individui all’interno di una comunità, o la sfida di ruoli di genere profondamente radicati, possono essere raggiunti solo attraverso l’educazione, la sensibilizzazione o gli incentivi che possono promuovere valori e comportamenti diversi.

Bisognerebbe crescere donne più sicure, cercare di creare contesti costruttivi e di supporto verso le bambine e le ragazze, in modo tale che non debbano crescere con un senso di inferiorità costante verso gli uomini. Questi, inoltre, andrebbero educati in maniera differente. Le donne non sono deboli, le si tratta da tali, le si cresce in modo sbagliato.

Fischiata, zittita, palpata. Scavalcata, triste, disoccupata. Bramata, indifesa, posseduta. Annullata, sposata, reclusa. Censurata, velata, uccisa. Pulita, coperta, spogliata. Truccata, anonima, sporca. Angelica, disumanizzata, violentata. Ieri, ancora oggi, donna.

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