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L’American Studies Center festeggia 60 anni di cultura

L’American Studies Center festeggia 60 anni di cultura

Fondata nel 1957, l’Associazione Italo Americana di Napoli American Studies Center celebra 60 anni di attività culturali con una Conferenza internazionale di studi economici del 2017, che si tiene lunedì 18 settembre dalle 9 alle 18 e martedì 19 dalle 9 alle 14 a Villa Doria d’Angri.

Il meeting è stato organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Parthenope e s’intitola “Deep roots of economic growth: the role of geografy, history and institution” (Fattori di lungo periodo della crescita economica: il ruolo della geografia, della storia e delle Istituzioni politiche).
Il fermento culturale ha sempre circondato l’associazione italo americana, nata con l’obiettivo di promuovere una migliore conoscenza tra i popoli degli Stati Uniti d’America e d’Italia attraverso l’insegnamento della lingua inglese e grandi manifestazioni, concerti, mostre. Dai seminari tenuti dal premio Pulizer Robert Penn Warren negli anni ’50 alla seconda Conferenza Internazionale di studi economici del 2017, che riunisce docenti e ricercatori provenienti dai più prestigiosi Atenei internazionali come Yale, l’Università Pompeu Fabra di Barcellona, quella del Sussex ed esperti dal Canada, Uruguay, Inghilterra, Olanda, Spagna, Francia, Usa e Italia.

Si presentano delle importanti ricerche “papers” sui fattori di lungo periodo che hanno sostenuto lo sviluppo economico: le risorse naturali, i fattori geografici, le Istituzioni. Keynote Speakers : Lorenzo Caliendo dell’Università di Yale, Antonio Ciccone dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona e Alexander Moradi dell’Università del Sussex. Tra i temi in primo piano il divario tra Nord e Sud in Italia e negli Stati Uniti. Il lavoro illustra i fattori che hanno determinato nel periodo 1860 -2010 la sostanziale riduzione degli squilibri regionali negli Stati Uniti a differenza di quanto è accaduto nel Mezzogiorno d’Italia.
Grandi intellettuali sono stati protagonisti della vita culturale dell’American Studies Center, di persona o tramite le loro opere, come Lawrence Ferlinghetti conosciuto per essere uno dei proprietari della libreria e casa editrice City Lights, che ha pubblicato i primi lavori letterari della Beat Generation, tra cui Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Ed anche Robert Penn Warren che ha vinto il Pulitzer nel 1947 per il romanzo Tutti gli uomini del re, fondatore del New Criticism in America, tenne le sue conferenze nell’auditorium dell’associazione.

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Dall’allattamento ai giovani, passando per i diritti degli indigeni

Dall’allattamento ai giovani, passando per i diritti degli indigeni

di Nunzia Marciano

Dall’allattamento al seno ai giovani, passando per gli… indigeni, l’ONU promuove le giornate internazionali. Dall’1 al 12 agosto prossimi, infatti, l’organizzazione delle Nazioni Unite di New York, si impegna a sposare e promuovere giornate dedicate ai diritti: dall’1 al 7 agosto, ci sarà la World Breastfeeding Week, coordinata dall’Alleanza Mondiale per l’Allattamento al seno (WABA) per la protezione, la promozione e il sostegno all’allattamento al seno in tutto il mondo. Tema del 2017 il sostegno appunto dell’allattamento al seno: WHO, insieme ad UNICEF e ad altri partner, inviterà i sostenitori e gli attivisti, i decisori e i celebranti a forgiare nuovi e voluti partenariati.

Il 9 agosto sarà invece la volta degli indigeni: con l’International Day of the World’s Indigenous Peoples. Sono circa 370 milioni le persone indigene nel mondo, che vivono in 90 paesi, che sono meno del 5 per cento della popolazione mondiale, ma rappresentano il 15 per cento dei più poveri. I popoli indigeni sono ereditari e praticanti di culture uniche e hanno mantenuto caratteristiche sociali, culturali, economiche e politiche che sono distinte da quelle delle società dominanti in cui vivono. Nonostante le loro differenze culturali, i popoli indigeni provenienti da tutto il mondo condividono problemi comuni legati alla tutela dei loro diritti come popoli distinti, come il riconoscimento delle loro identità, del modo di vivere e del loro diritto a terre, territori e risorse naturali tradizionali per anni, ma i loro diritti sono sempre stati violati. La comunità internazionale riconosce ora che sono necessarie misure speciali per proteggere i propri diritti e mantenere le loro culture e modo di vita distinti. E nel 2017 ricorre il 10 ° anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene. Dieci anni fa, il 13 settembre 2007, l’Assemblea Generale ha adottato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, una pietra miliare rispetto alla cooperazione e alla solidarietà tra i popoli indigeni e gli Stati membri. Nell’ultimo decennio, l’attuazione della Dichiarazione ha raggiunto alcuni importanti successi a livello nazionale, regionale e internazionale. Nonostante i risultati, continua ad essere un divario tra il riconoscimento formale dei popoli indigeni e l’attuazione delle politiche a terra.
***

Infine, i giovani: il 12 agosto ricorre l’International Youth Day. Il 17 dicembre 1999, nella sua risoluzione 54/120, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la raccomandazione della Conferenza mondiale dei ministri responsabili per la gioventù e il 12 agosto, appunto è dichiarata la Giornata internazionale.
Dall’adozione di quella risoluzione è notevolmente cresciuto il riconoscimento e l’inclusione dei giovani nell’agenda di pace e sicurezza e nella società più ampia, come pilastri fondamentali per costruire e sostenere la pace.
La Giornata Internazionale della Gioventù 2017 è dedicata, dunque, alla celebrazione dei contributi dei giovani alla prevenzione e trasformazione dei conflitti, nonché all’inclusione, alla giustizia sociale e alla pace sostenibile. Il programma mondiale di azione per la gioventù, che fornisce un quadro politico e orientamenti pratici per migliorare la situazione dei giovani, incoraggia anche “a promuovere il coinvolgimento attivo dei giovani nel mantenimento della pace e della sicurezza”.

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Il Medio Oriente e la sua eterna guerra

Il Medio Oriente e la sua eterna guerra

(di Nunzia Marciano) – Israele e Stato della Palestina. Torti e ragioni. Accuse e difese. Attacchi e resi. Risoluzioni e guerra. Gli antipodi della questione Medio Orientale al cui centro restano irrimediabilmente loro. I civili. Vittime inermi, dall’uno e l’altro lato, rifugiati apolidi in quella striscia di sconfitta umana chiamata Gaza. Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU si discute degli ultimi fatti di sangue. E l’Italia, rappresentata dal Vice Rappresentante Permanente dell’Italia presso le Nazioni Unite, Ambasciatore Inigo Lambertini, interviene.

C’è preoccupazione, ovviamente e diversamente non potrebbe essere, è la prima precisazione dell’ambasciatore napoletano: “Abbiamo pianto la tragica perdita di vite tra i palestinesi, con numerosi giovani uccisi durante i recenti scontri e ribadiamo il diritto di dimostrare pacificamente”. Il 14 luglio l’Italia ha condannato l’attacco terroristico avvenuto lo stesso giorno nella Città Vecchia di Gerusalemme. Non c’è giustificazione per gli omicidi né per la glorificazione della violenza.

Da qui poi arriva l’invito dell’Italia, che “preso atto delle assicurazioni del Primo Ministro Netanyahu che non saranno introdotti cambiamenti nello status quo dei Santi Siti e sottolineando il ruolo speciale di Giordania in relazione a tali Siti”, invita appunto tutte le parti a fare del loro meglio per sminuzzare la violenza in espansione, ripristinare la calma e sostenere lo status quo nei Luoghi Santi a Gerusalemme, in parola e in pratica. “Molti ostacoli devono essere superati sulla strada per la pace.

Tra di loro, la violenza, confermata tristemente dagli eventi più recenti che ho allusione a prima, e gli insediamenti meritano una particolare considerazione. L’Italia ha chiaramente espresso la sua preoccupazione per l’espansione intensificata degli insediamenti israeliani, a seguito della recente approvazione delle autorità israeliane di un piano per costruire quasi un migliaio di unità abitative in un insediamento a Gerusalemme Est.

Crediamo che la decisione israeliana sia in contrasto con la prospettiva di due stati e sconvolge la possibilità di garantire un futuro di pace e sicurezza alle parti”, ha detto ancora l’ambasciatore, che ha riconosciuto anche alcuni progressi positivi, seppur limitati, come gli accordi relativi all’elettricità e all’acqua firmati negli ultimi giorni, “Incoraggiamo le parti a continuare a lavorare sulla cooperazione a livello di terra e per elaborare nuove iniziative comuni in tali aree”, il monito dell’Italia. La guerra intanto continua, miete vittime e i tentativi dell’Onu di mediare attraverso le risoluzioni sono stati finora vani. All’ONU c’è apprensione e la via della pace è ancora lontana, mentre a Gerusalemme si continua a morire.

 

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Fondazione Umberto Veronesi, a San giacomo si presenta il Terzo numero della rivista

Fondazione Umberto Veronesi, a San giacomo si presenta il Terzo numero della rivista

NAPOLI – venerdì 7 luglio, alle ore 11.30, presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, presenteremo il nuovo numero di The Future of Science and Ethics, la rivista scientifica semestrale promossa dal Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi, nata nel 2015 con lo scopo di fornire nuovi e migliori strumenti teorici per trattare con autorevolezza tematiche di rilevanza etica e sociale.

L’evento, moderato dal giornalista Pietro Greco, mi vedrà coinvolta insieme a Paolo Veronesi (Presidente della Fondazione Umberto Veronesi), Cinzia Caporale (Presidente del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi e Direttore della rivista), Silvia Veronesi (Condirettore della rivista) e alcuni componenti del Comitato Etico quali: Maurizio De Tilla, Domenico De Masi, Gherardo Colombo, Giuseppe Ferraro e Lucio Militerni, con la presenza altresì di una ricercatrice sostenuta dalla Fondazione Umberto Veronesi, Paola Gargiulo.

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Osteoporosi e artrosi, le nuove cure partono da Napoli

Osteoporosi e artrosi, le nuove cure partono da Napoli

NAPOLI – Un incontro informativo gratuito sulla nuova metodica MBST , la cura di osteoporosi e artrosi con campi magnetici, di cui il dott Gulgielmo Varvella è partner di riferimento per Napoli e la Campania . L’MBST è una Terapia risonanza Magnetica che utilizza a scopo terapeutico le stesse frequenze elettromagnetiche della RMN.

L’MBST viene utilizzata a contrasto di patologie degenerative a carico dell’apparato muscolo-scheletrico , con effetti sedativo-antalgico e di rigenerazione dei tessuti danneggiati. I campi di applicazione sono :-Disturbi del Metabolismo ( Osteoporosi, Osteopenia) -Tendiniti -Artrosi ( Coxoartrosi , Gonartrosi, Rizoartrosi , Spondiloartrosi , Omartrosi) Accelerazione processi di guarigione(Fratture Ossee, Rigenerazione Muscolare e endinea , post intervento di Endoprotesi)
L’incontro si tiene il prossimo 14 giugno alle ore 11, all’hotel Naples in via c.so Umberto,55.

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Premio “Raffaele Pezzuti”, le opere finaliste al Motor Village Napoli

Premio “Raffaele Pezzuti”, le opere finaliste al Motor Village Napoli

NAPOLI – Martedì 16 maggio alle ore 19.00 presso il Motor Village Napoli, in corso Meridionale saranno presentate le opere finaliste della II Edizione del Premio “Raffaele Pezzuti” per l’arte, dedicato al giovane artista napoletano ucciso in tragiche circostanze.

Il premio, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale intende promuovere gli artisti emergenti e l’arte in città, infatti grazie alla collaborazione con ANM, l’opera vincitrice sarà istallata presso la stazione della Metropolitana “Vanvitelli” in una cerimonia che si terrà il prossimo mese di giugno.

Con me saranno presenti il Direttore del Motor Village Napoli, partner dell’iniziativa, Giacomo Marra, l’Amministratore Unico di ANM, Alberto Ramaglia, Marco Izzolino, ideatore e curatore del premio e Alfredo Pezzuti, padre di Raffaele, oltre che i finalisti che esporranno le opere in concorso.

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Nuova collezione di Fabiana Ferri, l’anteprima ad Ischia

Nuova collezione di Fabiana Ferri, l’anteprima ad Ischia

NAPOLI – I colori e i profumi dell’isola verde sono di moda. In anteprima, a Ischia, dall’11 al 14 maggio, sfilano gli abiti della collezione primavera-estate 2018 di Fabiana Ferri, ispirati alle belle atmosfere del jet set partenopeo, che per anni ha animato le isole del Golfo. Colore must have della prossima stagione il “rosso Fabiana Ferri”, tinta volitiva per la donna audace che richiama anche i colori e i profumi ischitani.

Questo speciale fashion tour di quatro giorni sarà riccio di sfilate, incontri con più di 50 top buyers provenienti da tutta Italia e di promozione del territorio e dei suoi prodotti. In passerella abiti da cocktail per un aperitivo in barca, da sera per i party esclusivi, da cerimonia per i matrimoni sull’isola. Abito lungo, corto, ma anche con pantalone, tornato prepotentemente alla ribalta, elegante e chic. La donna Fabiana Ferri con passo sicuro è protagonista della festa, circondata dagli sguardi ammirati di chi riconosce in lei padronanza di stile. La nuova collezione è un omaggio alla donna contemporanea e alla sua femminilità: rigore e follia si alternano, rendendo originale la proposta, che spazia dall’incanto dei tessuti impalpabili e voluttuosi alla consapevolezza di texture decise, in perfetto equilibrio fra tradizione di ieri e visione del futuro.
La scelta dei tessuti punta su una leggerezza costruita e sartoriale, arricchita dalla geometria luminosa di ricami, talvolta in tinta, talvolta dalle sfumature metalliche. Pizzi e macramè perfettamente incastonati si intrecciano su silhouette allungate o dai volumi couture, regalati da trame importanti come mikado e duchesse.
Sobrie nuance come il salvia, il cipria e il crema si alternano con maestria a quelle più vivide come il blue “lapislazzulo”, brillante variante del bluette, e il giallo “lemonade”, che sapientemente accostati, rispettivamente al blue navy e all’arancio, danno vita a stampe floreali uniche e vitali.
Non mancano le miscele black and white, talvolta macchiate di colori accesi. E la festa si illumina così di tinte vitaminiche, che culminano nella raffinatezza del nero, con linee pulite e tagli netti esaltati dai broccati laminati e da bagliori metallici. La FFC Creative Group, che vanta tra il 2016 e il 2017 una crescita del 30%, ha ideato un “fashion tour” per conoscere lo storico marchio della famiglia Colucci. Prima tappa: isola d’Ischia. Al Grand Hotel Punta Molino uno show room con sala espositiva permanente, per diffondere il made in Italy, l’alta sartoria e il turismo in Campania. File rouge, l’estate con le sue località più note e l’atmosfera del mare.

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Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

NAPOLI (di Luca Delgado) – La musica leggera italiana è morta. O è destinata a morire. L’avvento ed il successo di generi come l’Hip Hop, il Rap e l’R&B ne ha segnato prima il lento declino, poi la quasi totale scomparsa. Perché?

Rocco Hunt a Sanremo

Rocco Hunt a Sanremo

L’italiano si sa, è una lingua fatta in prevalenza di parole piane e sdrucciole, parole lunghe, a volte lunghissime, a volte lunghissimissime. Si è sempre prestato ad una musica di un certo tipo, l’opera ovviamente, la musica leggera in generale, quella di Battisti per intenderci. Già con il rock, si sono riscontrati i primi problemi, si pensi a Celentano e ad una canzone come Il tuo bacio è come un rock, o più di recente ai testi di Vasco Rossi che non sempre hanno esaltato la lingua di Dante.

Non è un caso, se al contrario, la lingua napoletana ha sempre avuto gioco facile nell’accompagnare la musica, producendo successi mondiali e riuscendo a sopravvivere ancora oggi. Perché?

Perché il napoletano è una lingua fatta principalmente di parole tronche, parole che si sposano bene con qualsiasi ritmo musicale.

Di qui la riflessione su Rocco Hunt. I testi prodotti da cantanti Rap o Hip Hop come Fabri Fibra, che cantano in Italiano, non passeranno alla storia di certo per i messaggi proposti:

ora Belen, prima chi? Megan
roba magica
simsalabim
(…)
alza lo stereo c’è Fabri Fibra
che non passa mai di moda come la figa.
Pronti, Partenza, Via!
si va per mare e monti
Pronti, Partenza, Via!
qui siamo tutti pronti
si va per mare e monti.


Questo un altro testo proposto da un altro cantante di successo, Moreno:

Sono in stato confusionale, 

come uno sciocco dopo sei shot. 

Non fare quello ultra-molleggiato 

perchè hai un paio di shots. 

Non sputo nel piatto in cui mangio, 

ogni rima è un gancio di boxe, 

chiuditi in box, 

ma se mi ascolti ti lascio il segno, Paolo Fox.

Si noti la differenza nella qualità dei testi prodotti dai vari 99 Posse e Almamegretta, o più di recente da rappers napoletani, come Clementino e appunto Rocco Hunt.

Non che manchino nella loro produzione musicale, esempi di canzonette poco impegnate, ma una cosa è sicura: Rocco Hunt vince anche perché grazie alla Lingua Napoletana, è riuscito ad inserire in un testo, frasi e argomenti che di sicuro non hanno a che fare con la figa di Fabri Fibra o con il Paolo Fox di Moreno.

Si può poi discutere se quegli argomenti proposti non volessero solo strappare l’applauso facile, e se non vi siano un po’ troppi stereotipi e un po’ troppi accostamenti improbabili. Ma il ragazzo è giovane (ha vinto Sanremo Giovani!) e si deve fare, e francamente mi è sembrato un ragazzo in gamba. Buona fortuna Rocco Hunt! Su di una cosa hai perfettamente ragione: “il mio accento si deve sentire”.

Nu bacio a’ mamma mia 

ha già fernute e’ fa’ ‘e servizie 

a’ principessa rint’ a miseria 

ha mise o’ munno stu scugnizz’ 

m’ha imparat’ ‘a piccolino 

ca’ nu suonne’ se realizza’ 

te cancellasse’ tutte e’ rughe e tutte e cose triste’ 

 

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I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

(di Luca Delgado) Avete letto benissimo, sette. Perché sette e non dieci? Perché in queste classifiche che spopolano in rete, sembra che tutto sia catalogabile, dalle dieci frasi da non dire al primo appuntamento alle dieci cose da non fare su facebook, dai dieci modi peggiori per lasciare il proprio partner alle dieci migliori canzoni dell’anno.  Il numero dieci è imprescindibile, e spesso in queste classifiche, le ultime posizioni sono sempre più carenti, segno che forse non era il caso di azzardarne dieci. Forse esistono solo sette peggiori scuse da inventare per giustificare un’assenza al lavoro e magari esistono undici modi per rinvigorire la passione all’interno di una coppia in crisi, ma ahinoi, non lo sapremo mai.

Senza continuare a dare i numeri, proponiamo questa speciale classifica dei sette peggiori titoli di film tradotti in italiano. In fondo sette è anche il numero dei peccati capitali, dei nani di Biancaneve, dei re di Roma, dei giorni della settimana, le note musicali e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di film recenti e non, le cui sorti sono dipese proprio dal costume tutto nostrano di tradurre i titoli (spesso male) nella convinzione di poter avvicinare più spettatori.

 

1)    Ti odio, ti lascio, ti….

Ti odio, ti lascio, ti...

 

 

Al primo posto inseriamo questa commedia con Jennifer Aniston e Vince Vaughn del 2006.

Tralasciando il giudizio sul film, qualsiasi prodotto cinematografico avrebbe meritato un titolo migliore di “Ti odio, ti lascio, ti…”. Si narra che chi abbia curato la versione in italiano, sia stato colto da una crisi conosciuta come il blocco del traduttore, ed abbia così interrotto il titolo a quel “ti…” che lascia immaginare infinite altre cose. Ad esempio “ti… è scaduto il grattino del parcheggio”.

 

Titolo originale: The break-up

 

2)    Se scappi ti sposo

Al secondo posto, altra commedia americana con Richard Gere e Julia Roberts del 1999.

 

Qui entriamo nella categoria di titoli che spiegano maldestramente la trama. Maggie, la protagonista del film, interpretata da Julia Roberts, è diventata popolare per le sue fughe nel corso dei propri tentativi di matrimonio, poco prima del fatidico sì. La traduzione, che sembra quasi un gioco per bambini, alla stregua di “se sei felice e tu lo sai batti le mani”, sembra sia stata partorita proprio dal figlio del traduttore, 6 anni di età all’epoca e oggi capo scout dei lupetti di Porto San Giorgio.

Titolo originale: Runaway Bride

 

3) Il cowboy con il velo da sposa

Al terzo posto questo classico della Disney del 1961, poi riproposto in varie salse e remake.

 

Qui ci spostiamo nella categoria droghe leggere. La storia narra la vicenda di due gemelle che si scambiano i ruoli, nel tentativo di far ricongiungere i propri genitori separati. Da qui a vederci un cowboy con un velo da sposa, ce ne vuole: pare ce ne vogliano circa 2 grammi di pakistano, a stomaco vuoto.

 

Titolo originale: The Parent Trap

 

4) Indovina perché ti odio

Al quarto posto troviamo questa commedia del 2012 con protagonista Adam Sandler.

 

Qui entriamo nella categoria degli indovinelli; “indovina chi viene a cena?”, “indovina chi viene a Natale?”, “indovina chi c’è nel piatto”? e così via, tanto da potersi chiedere, legittimamente, “indovina chi viene a vedersi un film con un titolo così?”. Nessuno, il film è su Sky da qualche settimana e pare gli sia preferito puntualmente il fermo immagine “Sky problemi di ricezione del segnale satellitare”.

 

Titolo originale: That’s my boy

 

 

5) Il silenzio degli innocenti

 

Al quinto posto, il capolavoro dell’horror diretto da Jonathan Demme e interpretato da Anthony Hopkins e Jodie Foster.

 

Qui entriamo in una categoria tutta speciale, quella della traduzione politicamente scorretta. Il titolo originale infatti “The Silence of the Lambs”, “Il silenzio degli agnelli”, avrebbe potuto comportare molti fraintendimenti, scaturiti dalla presenza nel nostro Paese di una famiglia così potente ed influente come quella degli Agnelli. È legittimo chiedersi chi sarebbe entrato in confusione? Chi avrebbe mai e poi mai potuto pensare che in America si potesse produrre un film sui segreti della famiglia Agnelli, segreti come: “chi ha disegnato il modello della Fiat Duna?”. Misteri italiani.

 

Titolo originale: The Silence of the Lambs

 

6) Prima ti sposo, poi ti rovino

 

Sesto posto per questa commedia del 2003 diretta dai fratelli Coen

I fratelli Coen sono i maestri della black-comedy, la commedia incentrata sul black humor tipico della parlata americana. Non a caso, il titolo originale di questo film, è “Intolerable Cruelty”, Crudeltà intollerabile. Quante persone lo avranno visto? Con un titolo così, “Prima ti sposo, poi ti rovino”, ti sei già giocato il 70% di potenziali spettatori che credono si tratti dell’ennesimo filmettino da seconda serata. Il restante 30% che invece va al cinema, è composto da quei ragazzini quindicenni che credono di trovarsi di fronte ad un “Scusa se ti chiamo amore” e invece si ritrovano un George Clooney con i capelli ormai brizzolati e un Geoffry Rush che chi se ne frega, tanto ormai si è capito che Raoul Bova non comparirà mai.

 

Titolo originale: Intolerable Cruelty

 

7) Se mi lasci ti cancello

 

Settima posizione, (che in realtà dovrebbe essere la prima, ma si sa che queste classifiche funzionano al contrario, con l’effetto dulcis in fundo), per questo straordinario film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet.

Qui rientriamo nell’ultima categoria disponibile, quella del traduttore così egocentrico che dimentica completamente quale sia il suo ruolo (quello di tradurre e non tradire) e si lascia andare ad un titolo completamente fuori registro o fuori di testa se si vuole. Quelli che hanno avuto la fortuna di non lasciarsi spaventare da un titolo per imbecilli, avranno avuto tutti la stessa identica reazione: che bel film, ma il titolo che c’azzecca? Il titolo originale “The Eternal Sunshine of a Spotless Mind”, un verso di una poesia di Alexander Pope, poteva essere tradotto in molti modi; ad esempio: l’eterno luccichio di una mente pura. Ma si è optato ancora una volta per la battuta, per la frase a effetto, come se gli spettatori italiani fossero sempre e solo quella banda di simpatici burloni che vanno al cinema solo se si ride., solo se c’è il Cinepanettone.

 

Titolo originale: The Eternal Sunshine of a Spotless Mind

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I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

NAPOLI (di Luca Delgado) – L’abitudine di affibbiare etichette agli esseri umani, è sempre esistita. Il procedimento è molto semplice, e può essere ricondotto alla pratica nota come “disumanizzazione”: svestire una persona, una comunità, un popolazione della propria veste “umana” e poterla trattare di conseguenza.

Basti pensare ai romani, che chiamavano barbari le popolazioni nordiche incontrate da Cesare un paio di millenni fa. O molto più di recente, si noti come l’etichetta di terrorista sia stata incollata sul volto di chiunque portasse la kefiah, il tradizionale copricapo della cultura araba.

Una volta che li si percepisce come “non umani”, come tali li si può trattare: gli americani chiamavano gooks i vietnamiti, i cristiani in Siria venivano e vengono chiamati cafri, e si potrebbero citare innumerevoli esempi. Nessuno è innocente.

Il risultato è sempre lo stesso: se sono barbari, terroristi, gooks, cafri, non sono come noi, e questo legittima qualsiasi comportamento nei loro confronti, dalla fobia allo sfottò, dal razzismo al tentativo di eliminazione in senso stretto.

La discriminazione comincia proprio con l’etichettatura, e questa avviene ovunque, la copincolliamo sul volto di chiunque non faccia parte della nostra personalissima maggioranza: sesso, orientamento sessuale, colore della pelle, religione, etnia, Paese, città, quartiere, strada, condominio. L’appartenenza ad un gruppo, la creazione e la formazione di un’identità, nascono quasi sempre da un sentimento di opposizione a qualcosa o qualcuno.

Di fronte tuttavia agli errori che si commettono nella nostra contemporaneità, bisognerebbe fare chiarezza. Qui di seguito se ne riportano alcuni, che in molti conoscono, ma che in tanti ancora ignorano.

Cominciamo dai marocchini: in Italia, si è soliti chiamare in tal modo tutti i “non italiani” che vendano oggettistica per strada. Poco importa se si tratti di egiziani, cingalesi, indiani. Eppure basterebbe mettere a confronto la foto di un senegalese con quella di un marocchino, per capire quanto marchiano sia l’errore: i marocchini, come quasi tutti gli africani del nord, non sono neri. (Nella foto, a sinistra il re marocchino Mohammed VI e a destra il presidente senegalese Macky Sall).

I marocchini, i cinesi, i RomGli extra-comunitari: anche qui, quasi sempre con un’accezione negativa, si indicano quelle popolazioni di migranti che vengono a cercare un lavoro in Italia. Ma per extra-comunitari si intendono tutte le popolazioni che non fanno parte della Comunità Europea, e quindi sono extra-comunitari anche gli americani, i giapponesi, i canadesi, gli australiani. Siamo sicuri di volerli cacciare via per risolvere i problemi della nostra economia?

I cinesi: in Italia basta avere gli occhi a mandorla e si diventa subito, senza troppi fronzoli, cinese. A nessuno viene da distinguere i coreani dai giapponesi o i tailandesi dai mongoli ad esempio. Troppa fatica. Eppure quanto ci teniamo a non essere presi per francesi, per spagnoli o greci.

Infine i Rom, che sembrano essere l’avversario di tutti, la piaga della nostra società, il peggiore di tutti i nostri mali. Ebbene, in pochi sanno che i Rom non provengono dalla Romania, o quantomeno che il nome Rom non sia sinonimo di romeno. In pochi sanno che esistono diverse popolazioni Rom e che queste si dedicano a pratiche lavorative tutte diverse tra loro. Che soltanto una piccola percentuale di Rom si dedica all’accattonaggio. A chi importa? I Rom non sono “esseri” umani, anche i nazisti la pensavano cosi’ e li dichiararono “una razza inferiore”. Disumanizzati dalla Germania di Hitler, con il sostegno dei tedeschi, i quali come noi non facevano alcuna distinzione, decine di migliaia (attenzione, decine di migliaia) di Rom furono assassinati in Unione Sovietica e in Serbia nel corso del secolo scorso. Non li ricorda nessuno. In fin dei conti parliamo di Rom. 

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