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Fondazione Umberto Veronesi, a San giacomo si presenta il Terzo numero della rivista

Fondazione Umberto Veronesi, a San giacomo si presenta il Terzo numero della rivista

NAPOLI – venerdì 7 luglio, alle ore 11.30, presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, presenteremo il nuovo numero di The Future of Science and Ethics, la rivista scientifica semestrale promossa dal Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi, nata nel 2015 con lo scopo di fornire nuovi e migliori strumenti teorici per trattare con autorevolezza tematiche di rilevanza etica e sociale.

L’evento, moderato dal giornalista Pietro Greco, mi vedrà coinvolta insieme a Paolo Veronesi (Presidente della Fondazione Umberto Veronesi), Cinzia Caporale (Presidente del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi e Direttore della rivista), Silvia Veronesi (Condirettore della rivista) e alcuni componenti del Comitato Etico quali: Maurizio De Tilla, Domenico De Masi, Gherardo Colombo, Giuseppe Ferraro e Lucio Militerni, con la presenza altresì di una ricercatrice sostenuta dalla Fondazione Umberto Veronesi, Paola Gargiulo.

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Osteoporosi e artrosi, le nuove cure partono da Napoli

Osteoporosi e artrosi, le nuove cure partono da Napoli

NAPOLI – Un incontro informativo gratuito sulla nuova metodica MBST , la cura di osteoporosi e artrosi con campi magnetici, di cui il dott Gulgielmo Varvella è partner di riferimento per Napoli e la Campania . L’MBST è una Terapia risonanza Magnetica che utilizza a scopo terapeutico le stesse frequenze elettromagnetiche della RMN.

L’MBST viene utilizzata a contrasto di patologie degenerative a carico dell’apparato muscolo-scheletrico , con effetti sedativo-antalgico e di rigenerazione dei tessuti danneggiati. I campi di applicazione sono :-Disturbi del Metabolismo ( Osteoporosi, Osteopenia) -Tendiniti -Artrosi ( Coxoartrosi , Gonartrosi, Rizoartrosi , Spondiloartrosi , Omartrosi) Accelerazione processi di guarigione(Fratture Ossee, Rigenerazione Muscolare e endinea , post intervento di Endoprotesi)
L’incontro si tiene il prossimo 14 giugno alle ore 11, all’hotel Naples in via c.so Umberto,55.

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Premio “Raffaele Pezzuti”, le opere finaliste al Motor Village Napoli

Premio “Raffaele Pezzuti”, le opere finaliste al Motor Village Napoli

NAPOLI – Martedì 16 maggio alle ore 19.00 presso il Motor Village Napoli, in corso Meridionale saranno presentate le opere finaliste della II Edizione del Premio “Raffaele Pezzuti” per l’arte, dedicato al giovane artista napoletano ucciso in tragiche circostanze.

Il premio, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale intende promuovere gli artisti emergenti e l’arte in città, infatti grazie alla collaborazione con ANM, l’opera vincitrice sarà istallata presso la stazione della Metropolitana “Vanvitelli” in una cerimonia che si terrà il prossimo mese di giugno.

Con me saranno presenti il Direttore del Motor Village Napoli, partner dell’iniziativa, Giacomo Marra, l’Amministratore Unico di ANM, Alberto Ramaglia, Marco Izzolino, ideatore e curatore del premio e Alfredo Pezzuti, padre di Raffaele, oltre che i finalisti che esporranno le opere in concorso.

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Nuova collezione di Fabiana Ferri, l’anteprima ad Ischia

Nuova collezione di Fabiana Ferri, l’anteprima ad Ischia

NAPOLI – I colori e i profumi dell’isola verde sono di moda. In anteprima, a Ischia, dall’11 al 14 maggio, sfilano gli abiti della collezione primavera-estate 2018 di Fabiana Ferri, ispirati alle belle atmosfere del jet set partenopeo, che per anni ha animato le isole del Golfo. Colore must have della prossima stagione il “rosso Fabiana Ferri”, tinta volitiva per la donna audace che richiama anche i colori e i profumi ischitani.

Questo speciale fashion tour di quatro giorni sarà riccio di sfilate, incontri con più di 50 top buyers provenienti da tutta Italia e di promozione del territorio e dei suoi prodotti. In passerella abiti da cocktail per un aperitivo in barca, da sera per i party esclusivi, da cerimonia per i matrimoni sull’isola. Abito lungo, corto, ma anche con pantalone, tornato prepotentemente alla ribalta, elegante e chic. La donna Fabiana Ferri con passo sicuro è protagonista della festa, circondata dagli sguardi ammirati di chi riconosce in lei padronanza di stile. La nuova collezione è un omaggio alla donna contemporanea e alla sua femminilità: rigore e follia si alternano, rendendo originale la proposta, che spazia dall’incanto dei tessuti impalpabili e voluttuosi alla consapevolezza di texture decise, in perfetto equilibrio fra tradizione di ieri e visione del futuro.
La scelta dei tessuti punta su una leggerezza costruita e sartoriale, arricchita dalla geometria luminosa di ricami, talvolta in tinta, talvolta dalle sfumature metalliche. Pizzi e macramè perfettamente incastonati si intrecciano su silhouette allungate o dai volumi couture, regalati da trame importanti come mikado e duchesse.
Sobrie nuance come il salvia, il cipria e il crema si alternano con maestria a quelle più vivide come il blue “lapislazzulo”, brillante variante del bluette, e il giallo “lemonade”, che sapientemente accostati, rispettivamente al blue navy e all’arancio, danno vita a stampe floreali uniche e vitali.
Non mancano le miscele black and white, talvolta macchiate di colori accesi. E la festa si illumina così di tinte vitaminiche, che culminano nella raffinatezza del nero, con linee pulite e tagli netti esaltati dai broccati laminati e da bagliori metallici. La FFC Creative Group, che vanta tra il 2016 e il 2017 una crescita del 30%, ha ideato un “fashion tour” per conoscere lo storico marchio della famiglia Colucci. Prima tappa: isola d’Ischia. Al Grand Hotel Punta Molino uno show room con sala espositiva permanente, per diffondere il made in Italy, l’alta sartoria e il turismo in Campania. File rouge, l’estate con le sue località più note e l’atmosfera del mare.

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Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

NAPOLI (di Luca Delgado) – La musica leggera italiana è morta. O è destinata a morire. L’avvento ed il successo di generi come l’Hip Hop, il Rap e l’R&B ne ha segnato prima il lento declino, poi la quasi totale scomparsa. Perché?

Rocco Hunt a Sanremo

Rocco Hunt a Sanremo

L’italiano si sa, è una lingua fatta in prevalenza di parole piane e sdrucciole, parole lunghe, a volte lunghissime, a volte lunghissimissime. Si è sempre prestato ad una musica di un certo tipo, l’opera ovviamente, la musica leggera in generale, quella di Battisti per intenderci. Già con il rock, si sono riscontrati i primi problemi, si pensi a Celentano e ad una canzone come Il tuo bacio è come un rock, o più di recente ai testi di Vasco Rossi che non sempre hanno esaltato la lingua di Dante.

Non è un caso, se al contrario, la lingua napoletana ha sempre avuto gioco facile nell’accompagnare la musica, producendo successi mondiali e riuscendo a sopravvivere ancora oggi. Perché?

Perché il napoletano è una lingua fatta principalmente di parole tronche, parole che si sposano bene con qualsiasi ritmo musicale.

Di qui la riflessione su Rocco Hunt. I testi prodotti da cantanti Rap o Hip Hop come Fabri Fibra, che cantano in Italiano, non passeranno alla storia di certo per i messaggi proposti:

ora Belen, prima chi? Megan
roba magica
simsalabim
(…)
alza lo stereo c’è Fabri Fibra
che non passa mai di moda come la figa.
Pronti, Partenza, Via!
si va per mare e monti
Pronti, Partenza, Via!
qui siamo tutti pronti
si va per mare e monti.


Questo un altro testo proposto da un altro cantante di successo, Moreno:

Sono in stato confusionale, 

come uno sciocco dopo sei shot. 

Non fare quello ultra-molleggiato 

perchè hai un paio di shots. 

Non sputo nel piatto in cui mangio, 

ogni rima è un gancio di boxe, 

chiuditi in box, 

ma se mi ascolti ti lascio il segno, Paolo Fox.

Si noti la differenza nella qualità dei testi prodotti dai vari 99 Posse e Almamegretta, o più di recente da rappers napoletani, come Clementino e appunto Rocco Hunt.

Non che manchino nella loro produzione musicale, esempi di canzonette poco impegnate, ma una cosa è sicura: Rocco Hunt vince anche perché grazie alla Lingua Napoletana, è riuscito ad inserire in un testo, frasi e argomenti che di sicuro non hanno a che fare con la figa di Fabri Fibra o con il Paolo Fox di Moreno.

Si può poi discutere se quegli argomenti proposti non volessero solo strappare l’applauso facile, e se non vi siano un po’ troppi stereotipi e un po’ troppi accostamenti improbabili. Ma il ragazzo è giovane (ha vinto Sanremo Giovani!) e si deve fare, e francamente mi è sembrato un ragazzo in gamba. Buona fortuna Rocco Hunt! Su di una cosa hai perfettamente ragione: “il mio accento si deve sentire”.

Nu bacio a’ mamma mia 

ha già fernute e’ fa’ ‘e servizie 

a’ principessa rint’ a miseria 

ha mise o’ munno stu scugnizz’ 

m’ha imparat’ ‘a piccolino 

ca’ nu suonne’ se realizza’ 

te cancellasse’ tutte e’ rughe e tutte e cose triste’ 

 

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I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

(di Luca Delgado) Avete letto benissimo, sette. Perché sette e non dieci? Perché in queste classifiche che spopolano in rete, sembra che tutto sia catalogabile, dalle dieci frasi da non dire al primo appuntamento alle dieci cose da non fare su facebook, dai dieci modi peggiori per lasciare il proprio partner alle dieci migliori canzoni dell’anno.  Il numero dieci è imprescindibile, e spesso in queste classifiche, le ultime posizioni sono sempre più carenti, segno che forse non era il caso di azzardarne dieci. Forse esistono solo sette peggiori scuse da inventare per giustificare un’assenza al lavoro e magari esistono undici modi per rinvigorire la passione all’interno di una coppia in crisi, ma ahinoi, non lo sapremo mai.

Senza continuare a dare i numeri, proponiamo questa speciale classifica dei sette peggiori titoli di film tradotti in italiano. In fondo sette è anche il numero dei peccati capitali, dei nani di Biancaneve, dei re di Roma, dei giorni della settimana, le note musicali e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di film recenti e non, le cui sorti sono dipese proprio dal costume tutto nostrano di tradurre i titoli (spesso male) nella convinzione di poter avvicinare più spettatori.

 

1)    Ti odio, ti lascio, ti….

Ti odio, ti lascio, ti...

 

 

Al primo posto inseriamo questa commedia con Jennifer Aniston e Vince Vaughn del 2006.

Tralasciando il giudizio sul film, qualsiasi prodotto cinematografico avrebbe meritato un titolo migliore di “Ti odio, ti lascio, ti…”. Si narra che chi abbia curato la versione in italiano, sia stato colto da una crisi conosciuta come il blocco del traduttore, ed abbia così interrotto il titolo a quel “ti…” che lascia immaginare infinite altre cose. Ad esempio “ti… è scaduto il grattino del parcheggio”.

 

Titolo originale: The break-up

 

2)    Se scappi ti sposo

Al secondo posto, altra commedia americana con Richard Gere e Julia Roberts del 1999.

 

Qui entriamo nella categoria di titoli che spiegano maldestramente la trama. Maggie, la protagonista del film, interpretata da Julia Roberts, è diventata popolare per le sue fughe nel corso dei propri tentativi di matrimonio, poco prima del fatidico sì. La traduzione, che sembra quasi un gioco per bambini, alla stregua di “se sei felice e tu lo sai batti le mani”, sembra sia stata partorita proprio dal figlio del traduttore, 6 anni di età all’epoca e oggi capo scout dei lupetti di Porto San Giorgio.

Titolo originale: Runaway Bride

 

3) Il cowboy con il velo da sposa

Al terzo posto questo classico della Disney del 1961, poi riproposto in varie salse e remake.

 

Qui ci spostiamo nella categoria droghe leggere. La storia narra la vicenda di due gemelle che si scambiano i ruoli, nel tentativo di far ricongiungere i propri genitori separati. Da qui a vederci un cowboy con un velo da sposa, ce ne vuole: pare ce ne vogliano circa 2 grammi di pakistano, a stomaco vuoto.

 

Titolo originale: The Parent Trap

 

4) Indovina perché ti odio

Al quarto posto troviamo questa commedia del 2012 con protagonista Adam Sandler.

 

Qui entriamo nella categoria degli indovinelli; “indovina chi viene a cena?”, “indovina chi viene a Natale?”, “indovina chi c’è nel piatto”? e così via, tanto da potersi chiedere, legittimamente, “indovina chi viene a vedersi un film con un titolo così?”. Nessuno, il film è su Sky da qualche settimana e pare gli sia preferito puntualmente il fermo immagine “Sky problemi di ricezione del segnale satellitare”.

 

Titolo originale: That’s my boy

 

 

5) Il silenzio degli innocenti

 

Al quinto posto, il capolavoro dell’horror diretto da Jonathan Demme e interpretato da Anthony Hopkins e Jodie Foster.

 

Qui entriamo in una categoria tutta speciale, quella della traduzione politicamente scorretta. Il titolo originale infatti “The Silence of the Lambs”, “Il silenzio degli agnelli”, avrebbe potuto comportare molti fraintendimenti, scaturiti dalla presenza nel nostro Paese di una famiglia così potente ed influente come quella degli Agnelli. È legittimo chiedersi chi sarebbe entrato in confusione? Chi avrebbe mai e poi mai potuto pensare che in America si potesse produrre un film sui segreti della famiglia Agnelli, segreti come: “chi ha disegnato il modello della Fiat Duna?”. Misteri italiani.

 

Titolo originale: The Silence of the Lambs

 

6) Prima ti sposo, poi ti rovino

 

Sesto posto per questa commedia del 2003 diretta dai fratelli Coen

I fratelli Coen sono i maestri della black-comedy, la commedia incentrata sul black humor tipico della parlata americana. Non a caso, il titolo originale di questo film, è “Intolerable Cruelty”, Crudeltà intollerabile. Quante persone lo avranno visto? Con un titolo così, “Prima ti sposo, poi ti rovino”, ti sei già giocato il 70% di potenziali spettatori che credono si tratti dell’ennesimo filmettino da seconda serata. Il restante 30% che invece va al cinema, è composto da quei ragazzini quindicenni che credono di trovarsi di fronte ad un “Scusa se ti chiamo amore” e invece si ritrovano un George Clooney con i capelli ormai brizzolati e un Geoffry Rush che chi se ne frega, tanto ormai si è capito che Raoul Bova non comparirà mai.

 

Titolo originale: Intolerable Cruelty

 

7) Se mi lasci ti cancello

 

Settima posizione, (che in realtà dovrebbe essere la prima, ma si sa che queste classifiche funzionano al contrario, con l’effetto dulcis in fundo), per questo straordinario film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet.

Qui rientriamo nell’ultima categoria disponibile, quella del traduttore così egocentrico che dimentica completamente quale sia il suo ruolo (quello di tradurre e non tradire) e si lascia andare ad un titolo completamente fuori registro o fuori di testa se si vuole. Quelli che hanno avuto la fortuna di non lasciarsi spaventare da un titolo per imbecilli, avranno avuto tutti la stessa identica reazione: che bel film, ma il titolo che c’azzecca? Il titolo originale “The Eternal Sunshine of a Spotless Mind”, un verso di una poesia di Alexander Pope, poteva essere tradotto in molti modi; ad esempio: l’eterno luccichio di una mente pura. Ma si è optato ancora una volta per la battuta, per la frase a effetto, come se gli spettatori italiani fossero sempre e solo quella banda di simpatici burloni che vanno al cinema solo se si ride., solo se c’è il Cinepanettone.

 

Titolo originale: The Eternal Sunshine of a Spotless Mind

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I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

NAPOLI (di Luca Delgado) – L’abitudine di affibbiare etichette agli esseri umani, è sempre esistita. Il procedimento è molto semplice, e può essere ricondotto alla pratica nota come “disumanizzazione”: svestire una persona, una comunità, un popolazione della propria veste “umana” e poterla trattare di conseguenza.

Basti pensare ai romani, che chiamavano barbari le popolazioni nordiche incontrate da Cesare un paio di millenni fa. O molto più di recente, si noti come l’etichetta di terrorista sia stata incollata sul volto di chiunque portasse la kefiah, il tradizionale copricapo della cultura araba.

Una volta che li si percepisce come “non umani”, come tali li si può trattare: gli americani chiamavano gooks i vietnamiti, i cristiani in Siria venivano e vengono chiamati cafri, e si potrebbero citare innumerevoli esempi. Nessuno è innocente.

Il risultato è sempre lo stesso: se sono barbari, terroristi, gooks, cafri, non sono come noi, e questo legittima qualsiasi comportamento nei loro confronti, dalla fobia allo sfottò, dal razzismo al tentativo di eliminazione in senso stretto.

La discriminazione comincia proprio con l’etichettatura, e questa avviene ovunque, la copincolliamo sul volto di chiunque non faccia parte della nostra personalissima maggioranza: sesso, orientamento sessuale, colore della pelle, religione, etnia, Paese, città, quartiere, strada, condominio. L’appartenenza ad un gruppo, la creazione e la formazione di un’identità, nascono quasi sempre da un sentimento di opposizione a qualcosa o qualcuno.

Di fronte tuttavia agli errori che si commettono nella nostra contemporaneità, bisognerebbe fare chiarezza. Qui di seguito se ne riportano alcuni, che in molti conoscono, ma che in tanti ancora ignorano.

Cominciamo dai marocchini: in Italia, si è soliti chiamare in tal modo tutti i “non italiani” che vendano oggettistica per strada. Poco importa se si tratti di egiziani, cingalesi, indiani. Eppure basterebbe mettere a confronto la foto di un senegalese con quella di un marocchino, per capire quanto marchiano sia l’errore: i marocchini, come quasi tutti gli africani del nord, non sono neri. (Nella foto, a sinistra il re marocchino Mohammed VI e a destra il presidente senegalese Macky Sall).

I marocchini, i cinesi, i RomGli extra-comunitari: anche qui, quasi sempre con un’accezione negativa, si indicano quelle popolazioni di migranti che vengono a cercare un lavoro in Italia. Ma per extra-comunitari si intendono tutte le popolazioni che non fanno parte della Comunità Europea, e quindi sono extra-comunitari anche gli americani, i giapponesi, i canadesi, gli australiani. Siamo sicuri di volerli cacciare via per risolvere i problemi della nostra economia?

I cinesi: in Italia basta avere gli occhi a mandorla e si diventa subito, senza troppi fronzoli, cinese. A nessuno viene da distinguere i coreani dai giapponesi o i tailandesi dai mongoli ad esempio. Troppa fatica. Eppure quanto ci teniamo a non essere presi per francesi, per spagnoli o greci.

Infine i Rom, che sembrano essere l’avversario di tutti, la piaga della nostra società, il peggiore di tutti i nostri mali. Ebbene, in pochi sanno che i Rom non provengono dalla Romania, o quantomeno che il nome Rom non sia sinonimo di romeno. In pochi sanno che esistono diverse popolazioni Rom e che queste si dedicano a pratiche lavorative tutte diverse tra loro. Che soltanto una piccola percentuale di Rom si dedica all’accattonaggio. A chi importa? I Rom non sono “esseri” umani, anche i nazisti la pensavano cosi’ e li dichiararono “una razza inferiore”. Disumanizzati dalla Germania di Hitler, con il sostegno dei tedeschi, i quali come noi non facevano alcuna distinzione, decine di migliaia (attenzione, decine di migliaia) di Rom furono assassinati in Unione Sovietica e in Serbia nel corso del secolo scorso. Non li ricorda nessuno. In fin dei conti parliamo di Rom. 

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Mi raccomando, raccomandami

Mi raccomando, raccomandami

NAPOLI (di Luca Delgado) – Nel nostro parlare comune, si contano centinaia di parole prese in prestito dall’inglese. Quelle che hanno a che fare con la tecnologia o con l’economia ad esempio, due settori nei quali siamo fortemente condizionati dall’imperante e sistematica “americanizzazione-anglicizzazione”, spuntano come funghi e costringono in molti a dover ricorrere ai dizionari e/o ad incappare in improbabili pronunce: abort, admin, back up, bluetooth, browser, cookie, database, desktop;

e ancora: dealer, deregulation, broker, spending review, sales manager, fino all’inflazionatissimo spread che sembra essere la causa maggiore di tutti i nostri mali.

stanlio e onlioIl fenomeno linguistico, chiamato prestito appunto, esiste da sempre. L’atteggiamento più diffuso è quello di accettare questi termini per necessità: manca la parola nella nostra lingua, mancano il significante e il significato e allora si procede al prestito. Come ad un livello più basso abbiamo imparato ad usare la parola hot dog, perché dall’Inghilterra abbiamo importato un panino che da noi non esisteva, colmando cosi una lacuna culturale.

Va sottolineato che in Italia, per darsi un tono, si ricorre molto spesso alle parole inglesi, persino per quelle che in realtà potremmo dire nella nostra lingua: hair stylist in luogo di parrucchiere, weekend in luogo di fine settimana, tanto per fare qualche esempio.

Il paradosso è che lo stesso fenomeno avviene con l’inglese (o americano che si voglia): e cioè in inglese, la parlata è tanto più sofisticata quanto più si avvicina al latino e/o all’italiano.

Tralasciando questo particolare, soffermiamoci sui semplici prestiti per necessità, quelli per cui gli inglesi hanno importato il significante e il significato, colmando così una loro lacuna culturale. Anche noi possiamo vantare un’infinità di parole esportate, nei vari settori nei quali eccelliamo: architettura, musica, ballo, letteratura, teatro, cucina e moda. Provate a chiedere di un ristorante al fresco, magari per mangiare un piatto di pasta al dente. Queste parole sono entrate nel vocabolario inglese, perché il ristorante all’aperto, e la cottura della pasta, sono due peculiarità che nella cultura inglese mancavano e per le quali si è iniziato ad usare espressioni italiane.

Di recente, l’Economist, tra i principali settimanali di economia al mondo, ha pubblicato un articolo in cui si parlava del fenomeno italiano della Raccomandazione. Un fenomeno tutto nostro se consideriamo che la parola veniva riportata in Italiano. Attenzione, non vi era una traduzione della parola o una spiegazione della stessa. No, la parola veniva riportata così com’è. Questo significa che nella lingua inglese non esiste una parola che identifichi questo mal costume, manca cioè il riferimento culturale, manca la connotazione, che in Italia invece conosciamo benissimo. La parola recommend che in inglese significa suggerire quando viene utilizzata in un contesto lavorativo, conserva il suo significato originale: “ti suggerisco questa persona” e non sottintende come avviene da noi“ti impongo di prendere questa persona”.

Il fatto che questa parola con questa connotazione esista soltanto nel nostro Paese deve far riflettere. Accettare che quella parola sia diventata di uso comune, come se fosse naturale raccomandare qualcuno, o essere raccomandati, è la prima forma di rassegnazione e di resa. Significa farla diventare la normalità. Significa non avere alcun pudore nel pronunciarla, come bere (drink) un bicchiere d’acqua.

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I giovani d’oggi!

I giovani d’oggi!

NAPOLI (di Luca Delgado) – “I giovani non cedono il posto sull’autobus, i giovani non ascoltano, i giovani non rispettano gli adulti, i giovani sono svogliati…”. Quante volte avremo ascoltato queste lamentele sui giovani? Magari seguita dalla più classica “ai miei tempi…”?


Giovani e anzianiGiovani e anziani si capiscono sempre troppo poco. Le prime incomprensioni sono ad un livello puramente estetico-comportamentale, per il taglio di capelli, per l’abbigliamento, per il modo di parlare e per il modo di agire. Ma le mode cambiano velocemente, Oscar Wilde diceva che “La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”.

Eppure la costante, perpetua, incessante accusa di maleducazione mossa ai giovani, quella non cambia mai. A ben guardare non è mai cambiata, sin dagli antichi Greci, sin dagli antichi Romani, lo scontro generazionale è sempre esistito. Basta leggere uno dei tanti resoconti storici, in cui si evince che nell’antica Roma, la generazione anziana si lamentava dei giovani che si davano troppo ai lussi e ai divertimenti, dimostrando mancanza di impegno e serietà, anche per le vesti indossate.

Se si legge Cenere uno dei racconti della raccolta Dubliners di James Joyce, l’anziana protagonista prima ancora di prendere il tram, immagina già che nessun giovane le cederà il posto a sedere. Il racconto e’ del 1905!

Ora i casi sono due: o l’educazione è un valore in declino da diversi millenni, e in maniera inarrestabile le cose peggiorano dalla notte dei tempi. Oppure i giovani sono colpiti dal morbo della maleducazione, e si guarisce inconsapevolmente con l’invecchiamento.

Scherzi a parte, forse dovremmo rivedere il nostro giudizio sui giovani. Forse, considerato lo stato attuale delle cose, bisognerebbe ricordarsi che i giovani in fin dei conti sono costretti a fronteggiare un’epoca difficilissima, in un mondo che è il risultato del lavoro delle generazioni precedenti. E che magari quei giovani, potrebbero a buon diritto esclamare: Ah gli anziani di oggi”!

 

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Credere, obbedire, comprendere!

Credere, obbedire, comprendere!

NAPOLI (di Luca Delgado) –  Del verbo “obbedire”, in un’epoca come la nostra dove siamo costantemente chiamati ad eseguire piuttosto che a pensare, se ne fa un uso ricorrente e addirittura spropositato. Obbediamo al nostro capo, obbediamo alla legge, obbediamo ad alcune logiche di mercato, obbediamo alla religione, obbediamo alle regole, chi più chi meno. In generale, la parola obbedienza, ci porta immediatamente a considerare la sottomissione al volere di qualcosa o qualcuno. Pensate ad un genitore che dice al figlio: “obbedisci!”.
Eppure basterebbe ricordarsi dell’etimologia della parola, andare a guardare quale fosse il significato di “obbedire” in origine, per capire che i latini in realta’ non avevano una concezione così passiva dell’ubbidienza.
Obbedire deriva dal latino ob-audire, che significa: ascoltare stando di fronte. Il verbo obeo, poi, vuol dire andare incontro, incontrare.

V-FX-0009I latini in sintesi, conferivano a chi riceveva un comandamento, un ruolo attivo. Non si trattava per loro di eseguire un ordine; si trattava al contrario di ascoltare, con attenzione, comprendere ed agire andando incontro a chi l’ordine lo aveva impartito. Basterebbe ricordarsi di questo, ogni qualvolta siamo chiamati ad obbedire. Basterebbe cioè andare a fondo, cercare di farsi persuadere, prima di eseguire un compito come automi. E questo vale per la religione, per i regolamenti, per tutto.

E una volta compreso appieno l’ordine, poter con partecipazione attiva dire “obbedisco”: “mi hai persuaso”.
Nanni Moretti, in una celebre scena del film Palombella Rossa, urlava quasi a squarciagola che “le parole sono importanti”!!! Bisognerebbe cercare di non dimenticarne mai il vero significato.

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