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Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

Perché un campano, Rocco Hunt, vince Sanremo Giovani?

NAPOLI (di Luca Delgado) – La musica leggera italiana è morta. O è destinata a morire. L’avvento ed il successo di generi come l’Hip Hop, il Rap e l’R&B ne ha segnato prima il lento declino, poi la quasi totale scomparsa. Perché?

Rocco Hunt a Sanremo

Rocco Hunt a Sanremo

L’italiano si sa, è una lingua fatta in prevalenza di parole piane e sdrucciole, parole lunghe, a volte lunghissime, a volte lunghissimissime. Si è sempre prestato ad una musica di un certo tipo, l’opera ovviamente, la musica leggera in generale, quella di Battisti per intenderci. Già con il rock, si sono riscontrati i primi problemi, si pensi a Celentano e ad una canzone come Il tuo bacio è come un rock, o più di recente ai testi di Vasco Rossi che non sempre hanno esaltato la lingua di Dante.

Non è un caso, se al contrario, la lingua napoletana ha sempre avuto gioco facile nell’accompagnare la musica, producendo successi mondiali e riuscendo a sopravvivere ancora oggi. Perché?

Perché il napoletano è una lingua fatta principalmente di parole tronche, parole che si sposano bene con qualsiasi ritmo musicale.

Di qui la riflessione su Rocco Hunt. I testi prodotti da cantanti Rap o Hip Hop come Fabri Fibra, che cantano in Italiano, non passeranno alla storia di certo per i messaggi proposti:

ora Belen, prima chi? Megan
roba magica
simsalabim
(…)
alza lo stereo c’è Fabri Fibra
che non passa mai di moda come la figa.
Pronti, Partenza, Via!
si va per mare e monti
Pronti, Partenza, Via!
qui siamo tutti pronti
si va per mare e monti.


Questo un altro testo proposto da un altro cantante di successo, Moreno:

Sono in stato confusionale, 

come uno sciocco dopo sei shot. 

Non fare quello ultra-molleggiato 

perchè hai un paio di shots. 

Non sputo nel piatto in cui mangio, 

ogni rima è un gancio di boxe, 

chiuditi in box, 

ma se mi ascolti ti lascio il segno, Paolo Fox.

Si noti la differenza nella qualità dei testi prodotti dai vari 99 Posse e Almamegretta, o più di recente da rappers napoletani, come Clementino e appunto Rocco Hunt.

Non che manchino nella loro produzione musicale, esempi di canzonette poco impegnate, ma una cosa è sicura: Rocco Hunt vince anche perché grazie alla Lingua Napoletana, è riuscito ad inserire in un testo, frasi e argomenti che di sicuro non hanno a che fare con la figa di Fabri Fibra o con il Paolo Fox di Moreno.

Si può poi discutere se quegli argomenti proposti non volessero solo strappare l’applauso facile, e se non vi siano un po’ troppi stereotipi e un po’ troppi accostamenti improbabili. Ma il ragazzo è giovane (ha vinto Sanremo Giovani!) e si deve fare, e francamente mi è sembrato un ragazzo in gamba. Buona fortuna Rocco Hunt! Su di una cosa hai perfettamente ragione: “il mio accento si deve sentire”.

Nu bacio a’ mamma mia 

ha già fernute e’ fa’ ‘e servizie 

a’ principessa rint’ a miseria 

ha mise o’ munno stu scugnizz’ 

m’ha imparat’ ‘a piccolino 

ca’ nu suonne’ se realizza’ 

te cancellasse’ tutte e’ rughe e tutte e cose triste’ 

 

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I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

I 7 peggiori titoli di film tradotti (male) dall’inglese

(di Luca Delgado) Avete letto benissimo, sette. Perché sette e non dieci? Perché in queste classifiche che spopolano in rete, sembra che tutto sia catalogabile, dalle dieci frasi da non dire al primo appuntamento alle dieci cose da non fare su facebook, dai dieci modi peggiori per lasciare il proprio partner alle dieci migliori canzoni dell’anno.  Il numero dieci è imprescindibile, e spesso in queste classifiche, le ultime posizioni sono sempre più carenti, segno che forse non era il caso di azzardarne dieci. Forse esistono solo sette peggiori scuse da inventare per giustificare un’assenza al lavoro e magari esistono undici modi per rinvigorire la passione all’interno di una coppia in crisi, ma ahinoi, non lo sapremo mai.

Senza continuare a dare i numeri, proponiamo questa speciale classifica dei sette peggiori titoli di film tradotti in italiano. In fondo sette è anche il numero dei peccati capitali, dei nani di Biancaneve, dei re di Roma, dei giorni della settimana, le note musicali e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di film recenti e non, le cui sorti sono dipese proprio dal costume tutto nostrano di tradurre i titoli (spesso male) nella convinzione di poter avvicinare più spettatori.

 

1)    Ti odio, ti lascio, ti….

Ti odio, ti lascio, ti...

 

 

Al primo posto inseriamo questa commedia con Jennifer Aniston e Vince Vaughn del 2006.

Tralasciando il giudizio sul film, qualsiasi prodotto cinematografico avrebbe meritato un titolo migliore di “Ti odio, ti lascio, ti…”. Si narra che chi abbia curato la versione in italiano, sia stato colto da una crisi conosciuta come il blocco del traduttore, ed abbia così interrotto il titolo a quel “ti…” che lascia immaginare infinite altre cose. Ad esempio “ti… è scaduto il grattino del parcheggio”.

 

Titolo originale: The break-up

 

2)    Se scappi ti sposo

Al secondo posto, altra commedia americana con Richard Gere e Julia Roberts del 1999.

 

Qui entriamo nella categoria di titoli che spiegano maldestramente la trama. Maggie, la protagonista del film, interpretata da Julia Roberts, è diventata popolare per le sue fughe nel corso dei propri tentativi di matrimonio, poco prima del fatidico sì. La traduzione, che sembra quasi un gioco per bambini, alla stregua di “se sei felice e tu lo sai batti le mani”, sembra sia stata partorita proprio dal figlio del traduttore, 6 anni di età all’epoca e oggi capo scout dei lupetti di Porto San Giorgio.

Titolo originale: Runaway Bride

 

3) Il cowboy con il velo da sposa

Al terzo posto questo classico della Disney del 1961, poi riproposto in varie salse e remake.

 

Qui ci spostiamo nella categoria droghe leggere. La storia narra la vicenda di due gemelle che si scambiano i ruoli, nel tentativo di far ricongiungere i propri genitori separati. Da qui a vederci un cowboy con un velo da sposa, ce ne vuole: pare ce ne vogliano circa 2 grammi di pakistano, a stomaco vuoto.

 

Titolo originale: The Parent Trap

 

4) Indovina perché ti odio

Al quarto posto troviamo questa commedia del 2012 con protagonista Adam Sandler.

 

Qui entriamo nella categoria degli indovinelli; “indovina chi viene a cena?”, “indovina chi viene a Natale?”, “indovina chi c’è nel piatto”? e così via, tanto da potersi chiedere, legittimamente, “indovina chi viene a vedersi un film con un titolo così?”. Nessuno, il film è su Sky da qualche settimana e pare gli sia preferito puntualmente il fermo immagine “Sky problemi di ricezione del segnale satellitare”.

 

Titolo originale: That’s my boy

 

 

5) Il silenzio degli innocenti

 

Al quinto posto, il capolavoro dell’horror diretto da Jonathan Demme e interpretato da Anthony Hopkins e Jodie Foster.

 

Qui entriamo in una categoria tutta speciale, quella della traduzione politicamente scorretta. Il titolo originale infatti “The Silence of the Lambs”, “Il silenzio degli agnelli”, avrebbe potuto comportare molti fraintendimenti, scaturiti dalla presenza nel nostro Paese di una famiglia così potente ed influente come quella degli Agnelli. È legittimo chiedersi chi sarebbe entrato in confusione? Chi avrebbe mai e poi mai potuto pensare che in America si potesse produrre un film sui segreti della famiglia Agnelli, segreti come: “chi ha disegnato il modello della Fiat Duna?”. Misteri italiani.

 

Titolo originale: The Silence of the Lambs

 

6) Prima ti sposo, poi ti rovino

 

Sesto posto per questa commedia del 2003 diretta dai fratelli Coen

I fratelli Coen sono i maestri della black-comedy, la commedia incentrata sul black humor tipico della parlata americana. Non a caso, il titolo originale di questo film, è “Intolerable Cruelty”, Crudeltà intollerabile. Quante persone lo avranno visto? Con un titolo così, “Prima ti sposo, poi ti rovino”, ti sei già giocato il 70% di potenziali spettatori che credono si tratti dell’ennesimo filmettino da seconda serata. Il restante 30% che invece va al cinema, è composto da quei ragazzini quindicenni che credono di trovarsi di fronte ad un “Scusa se ti chiamo amore” e invece si ritrovano un George Clooney con i capelli ormai brizzolati e un Geoffry Rush che chi se ne frega, tanto ormai si è capito che Raoul Bova non comparirà mai.

 

Titolo originale: Intolerable Cruelty

 

7) Se mi lasci ti cancello

 

Settima posizione, (che in realtà dovrebbe essere la prima, ma si sa che queste classifiche funzionano al contrario, con l’effetto dulcis in fundo), per questo straordinario film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet.

Qui rientriamo nell’ultima categoria disponibile, quella del traduttore così egocentrico che dimentica completamente quale sia il suo ruolo (quello di tradurre e non tradire) e si lascia andare ad un titolo completamente fuori registro o fuori di testa se si vuole. Quelli che hanno avuto la fortuna di non lasciarsi spaventare da un titolo per imbecilli, avranno avuto tutti la stessa identica reazione: che bel film, ma il titolo che c’azzecca? Il titolo originale “The Eternal Sunshine of a Spotless Mind”, un verso di una poesia di Alexander Pope, poteva essere tradotto in molti modi; ad esempio: l’eterno luccichio di una mente pura. Ma si è optato ancora una volta per la battuta, per la frase a effetto, come se gli spettatori italiani fossero sempre e solo quella banda di simpatici burloni che vanno al cinema solo se si ride., solo se c’è il Cinepanettone.

 

Titolo originale: The Eternal Sunshine of a Spotless Mind

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I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

I marocchini, i cinesi, i Rom ed altri luoghi (errori) comuni

NAPOLI (di Luca Delgado) – L’abitudine di affibbiare etichette agli esseri umani, è sempre esistita. Il procedimento è molto semplice, e può essere ricondotto alla pratica nota come “disumanizzazione”: svestire una persona, una comunità, un popolazione della propria veste “umana” e poterla trattare di conseguenza.

Basti pensare ai romani, che chiamavano barbari le popolazioni nordiche incontrate da Cesare un paio di millenni fa. O molto più di recente, si noti come l’etichetta di terrorista sia stata incollata sul volto di chiunque portasse la kefiah, il tradizionale copricapo della cultura araba.

Una volta che li si percepisce come “non umani”, come tali li si può trattare: gli americani chiamavano gooks i vietnamiti, i cristiani in Siria venivano e vengono chiamati cafri, e si potrebbero citare innumerevoli esempi. Nessuno è innocente.

Il risultato è sempre lo stesso: se sono barbari, terroristi, gooks, cafri, non sono come noi, e questo legittima qualsiasi comportamento nei loro confronti, dalla fobia allo sfottò, dal razzismo al tentativo di eliminazione in senso stretto.

La discriminazione comincia proprio con l’etichettatura, e questa avviene ovunque, la copincolliamo sul volto di chiunque non faccia parte della nostra personalissima maggioranza: sesso, orientamento sessuale, colore della pelle, religione, etnia, Paese, città, quartiere, strada, condominio. L’appartenenza ad un gruppo, la creazione e la formazione di un’identità, nascono quasi sempre da un sentimento di opposizione a qualcosa o qualcuno.

Di fronte tuttavia agli errori che si commettono nella nostra contemporaneità, bisognerebbe fare chiarezza. Qui di seguito se ne riportano alcuni, che in molti conoscono, ma che in tanti ancora ignorano.

Cominciamo dai marocchini: in Italia, si è soliti chiamare in tal modo tutti i “non italiani” che vendano oggettistica per strada. Poco importa se si tratti di egiziani, cingalesi, indiani. Eppure basterebbe mettere a confronto la foto di un senegalese con quella di un marocchino, per capire quanto marchiano sia l’errore: i marocchini, come quasi tutti gli africani del nord, non sono neri. (Nella foto, a sinistra il re marocchino Mohammed VI e a destra il presidente senegalese Macky Sall).

I marocchini, i cinesi, i RomGli extra-comunitari: anche qui, quasi sempre con un’accezione negativa, si indicano quelle popolazioni di migranti che vengono a cercare un lavoro in Italia. Ma per extra-comunitari si intendono tutte le popolazioni che non fanno parte della Comunità Europea, e quindi sono extra-comunitari anche gli americani, i giapponesi, i canadesi, gli australiani. Siamo sicuri di volerli cacciare via per risolvere i problemi della nostra economia?

I cinesi: in Italia basta avere gli occhi a mandorla e si diventa subito, senza troppi fronzoli, cinese. A nessuno viene da distinguere i coreani dai giapponesi o i tailandesi dai mongoli ad esempio. Troppa fatica. Eppure quanto ci teniamo a non essere presi per francesi, per spagnoli o greci.

Infine i Rom, che sembrano essere l’avversario di tutti, la piaga della nostra società, il peggiore di tutti i nostri mali. Ebbene, in pochi sanno che i Rom non provengono dalla Romania, o quantomeno che il nome Rom non sia sinonimo di romeno. In pochi sanno che esistono diverse popolazioni Rom e che queste si dedicano a pratiche lavorative tutte diverse tra loro. Che soltanto una piccola percentuale di Rom si dedica all’accattonaggio. A chi importa? I Rom non sono “esseri” umani, anche i nazisti la pensavano cosi’ e li dichiararono “una razza inferiore”. Disumanizzati dalla Germania di Hitler, con il sostegno dei tedeschi, i quali come noi non facevano alcuna distinzione, decine di migliaia (attenzione, decine di migliaia) di Rom furono assassinati in Unione Sovietica e in Serbia nel corso del secolo scorso. Non li ricorda nessuno. In fin dei conti parliamo di Rom. 

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Mi raccomando, raccomandami

Mi raccomando, raccomandami

NAPOLI (di Luca Delgado) – Nel nostro parlare comune, si contano centinaia di parole prese in prestito dall’inglese. Quelle che hanno a che fare con la tecnologia o con l’economia ad esempio, due settori nei quali siamo fortemente condizionati dall’imperante e sistematica “americanizzazione-anglicizzazione”, spuntano come funghi e costringono in molti a dover ricorrere ai dizionari e/o ad incappare in improbabili pronunce: abort, admin, back up, bluetooth, browser, cookie, database, desktop;

e ancora: dealer, deregulation, broker, spending review, sales manager, fino all’inflazionatissimo spread che sembra essere la causa maggiore di tutti i nostri mali.

stanlio e onlioIl fenomeno linguistico, chiamato prestito appunto, esiste da sempre. L’atteggiamento più diffuso è quello di accettare questi termini per necessità: manca la parola nella nostra lingua, mancano il significante e il significato e allora si procede al prestito. Come ad un livello più basso abbiamo imparato ad usare la parola hot dog, perché dall’Inghilterra abbiamo importato un panino che da noi non esisteva, colmando cosi una lacuna culturale.

Va sottolineato che in Italia, per darsi un tono, si ricorre molto spesso alle parole inglesi, persino per quelle che in realtà potremmo dire nella nostra lingua: hair stylist in luogo di parrucchiere, weekend in luogo di fine settimana, tanto per fare qualche esempio.

Il paradosso è che lo stesso fenomeno avviene con l’inglese (o americano che si voglia): e cioè in inglese, la parlata è tanto più sofisticata quanto più si avvicina al latino e/o all’italiano.

Tralasciando questo particolare, soffermiamoci sui semplici prestiti per necessità, quelli per cui gli inglesi hanno importato il significante e il significato, colmando così una loro lacuna culturale. Anche noi possiamo vantare un’infinità di parole esportate, nei vari settori nei quali eccelliamo: architettura, musica, ballo, letteratura, teatro, cucina e moda. Provate a chiedere di un ristorante al fresco, magari per mangiare un piatto di pasta al dente. Queste parole sono entrate nel vocabolario inglese, perché il ristorante all’aperto, e la cottura della pasta, sono due peculiarità che nella cultura inglese mancavano e per le quali si è iniziato ad usare espressioni italiane.

Di recente, l’Economist, tra i principali settimanali di economia al mondo, ha pubblicato un articolo in cui si parlava del fenomeno italiano della Raccomandazione. Un fenomeno tutto nostro se consideriamo che la parola veniva riportata in Italiano. Attenzione, non vi era una traduzione della parola o una spiegazione della stessa. No, la parola veniva riportata così com’è. Questo significa che nella lingua inglese non esiste una parola che identifichi questo mal costume, manca cioè il riferimento culturale, manca la connotazione, che in Italia invece conosciamo benissimo. La parola recommend che in inglese significa suggerire quando viene utilizzata in un contesto lavorativo, conserva il suo significato originale: “ti suggerisco questa persona” e non sottintende come avviene da noi“ti impongo di prendere questa persona”.

Il fatto che questa parola con questa connotazione esista soltanto nel nostro Paese deve far riflettere. Accettare che quella parola sia diventata di uso comune, come se fosse naturale raccomandare qualcuno, o essere raccomandati, è la prima forma di rassegnazione e di resa. Significa farla diventare la normalità. Significa non avere alcun pudore nel pronunciarla, come bere (drink) un bicchiere d’acqua.

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I giovani d’oggi!

I giovani d’oggi!

NAPOLI (di Luca Delgado) – “I giovani non cedono il posto sull’autobus, i giovani non ascoltano, i giovani non rispettano gli adulti, i giovani sono svogliati…”. Quante volte avremo ascoltato queste lamentele sui giovani? Magari seguita dalla più classica “ai miei tempi…”?


Giovani e anzianiGiovani e anziani si capiscono sempre troppo poco. Le prime incomprensioni sono ad un livello puramente estetico-comportamentale, per il taglio di capelli, per l’abbigliamento, per il modo di parlare e per il modo di agire. Ma le mode cambiano velocemente, Oscar Wilde diceva che “La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”.

Eppure la costante, perpetua, incessante accusa di maleducazione mossa ai giovani, quella non cambia mai. A ben guardare non è mai cambiata, sin dagli antichi Greci, sin dagli antichi Romani, lo scontro generazionale è sempre esistito. Basta leggere uno dei tanti resoconti storici, in cui si evince che nell’antica Roma, la generazione anziana si lamentava dei giovani che si davano troppo ai lussi e ai divertimenti, dimostrando mancanza di impegno e serietà, anche per le vesti indossate.

Se si legge Cenere uno dei racconti della raccolta Dubliners di James Joyce, l’anziana protagonista prima ancora di prendere il tram, immagina già che nessun giovane le cederà il posto a sedere. Il racconto e’ del 1905!

Ora i casi sono due: o l’educazione è un valore in declino da diversi millenni, e in maniera inarrestabile le cose peggiorano dalla notte dei tempi. Oppure i giovani sono colpiti dal morbo della maleducazione, e si guarisce inconsapevolmente con l’invecchiamento.

Scherzi a parte, forse dovremmo rivedere il nostro giudizio sui giovani. Forse, considerato lo stato attuale delle cose, bisognerebbe ricordarsi che i giovani in fin dei conti sono costretti a fronteggiare un’epoca difficilissima, in un mondo che è il risultato del lavoro delle generazioni precedenti. E che magari quei giovani, potrebbero a buon diritto esclamare: Ah gli anziani di oggi”!

 

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Credere, obbedire, comprendere!

Credere, obbedire, comprendere!

NAPOLI (di Luca Delgado) –  Del verbo “obbedire”, in un’epoca come la nostra dove siamo costantemente chiamati ad eseguire piuttosto che a pensare, se ne fa un uso ricorrente e addirittura spropositato. Obbediamo al nostro capo, obbediamo alla legge, obbediamo ad alcune logiche di mercato, obbediamo alla religione, obbediamo alle regole, chi più chi meno. In generale, la parola obbedienza, ci porta immediatamente a considerare la sottomissione al volere di qualcosa o qualcuno. Pensate ad un genitore che dice al figlio: “obbedisci!”.
Eppure basterebbe ricordarsi dell’etimologia della parola, andare a guardare quale fosse il significato di “obbedire” in origine, per capire che i latini in realta’ non avevano una concezione così passiva dell’ubbidienza.
Obbedire deriva dal latino ob-audire, che significa: ascoltare stando di fronte. Il verbo obeo, poi, vuol dire andare incontro, incontrare.

V-FX-0009I latini in sintesi, conferivano a chi riceveva un comandamento, un ruolo attivo. Non si trattava per loro di eseguire un ordine; si trattava al contrario di ascoltare, con attenzione, comprendere ed agire andando incontro a chi l’ordine lo aveva impartito. Basterebbe ricordarsi di questo, ogni qualvolta siamo chiamati ad obbedire. Basterebbe cioè andare a fondo, cercare di farsi persuadere, prima di eseguire un compito come automi. E questo vale per la religione, per i regolamenti, per tutto.

E una volta compreso appieno l’ordine, poter con partecipazione attiva dire “obbedisco”: “mi hai persuaso”.
Nanni Moretti, in una celebre scena del film Palombella Rossa, urlava quasi a squarciagola che “le parole sono importanti”!!! Bisognerebbe cercare di non dimenticarne mai il vero significato.

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Conoscenza scolastica della lingua inglese. Ma perché?

Conoscenza scolastica della lingua inglese. Ma perché?

NAPOLI (di Luca Delgado) – Nel nostro Paese, purtroppo, parlare bene una lingua straniera è una competenza ancora appannaggio di pochi. Questo soprattutto facendo un confronto con altri Paesi europei.

keep_calm_and_speak_englishPrendendo in considerazione la sola lingua inglese, quante volte abbiamo ascoltato la solita frase che “l’inglese lo si impara sul posto”? A sconfessare questa teoria, fanno la fila altri popoli europei, gli svedesi, i norvegesi, i tedeschi ad esempio, che come noi, apprendono l’inglese come seconda lingua semplicemente andando a scuola. Con risultati decisamente diversi. Molte sono le cause di questo nostro deficit. Qualcuno considera la difficolta’ intrinseca di chi come noi parla una lingua di origine romanza, e debba approcciare una lingua di origine germanica.
Qualcun altro invece sostiene che sarebbe ora di eliminare il doppiaggio in TV ed abituarsi a guardare film e fiction americane ed inglesi in lingua originale, come per altro accade nel resto d’Europa, con poche eccezioni.
Vere o no che siano queste considerazioni, esiste un errore ben radicato nel nostro modo di parlare che nasconde una problematica ancora più difficile da risolvere.
Nel redigere un curriculum, o per parlare semplicemente di sé, quando chiamati a giudicare la conoscenza della lingua inglese, ci esprimiamo per livelli: conoscenza ottima, buona, discreta, sufficiente, scolastica. Attenzione, scolastica.

In altre parole, quando si conosce poco la lingua, affermiamo candidamente che l’inglese lo abbiamo imparato solo a scuola. Fermiamoci a riflettere: perché diamo per scontato che l’inglese che impariamo a scuola debba essere mediocre? Eppure, alla luce delle ultime riforme, gli studenti lasciano la scuola con circa 15 anni di studio della lingua.
Com’è possibile che dopo 15 anni di studio di una materia, il livello risulti ancora basso? E ancora, com’è possibile accettare che nel parlare comune, all’aggettivo “scolastico” sia comunemente affiancato quello di “mediocre”?
Come sempre non rispondiamo, ma ci limitiamo a dire che forse è giunto il momento di cambiare prospettiva e smetterla di considerare la scuola come un luogo che non ci prepara. L’aggettivo “scolastico” dovrebbe diventare sinonimo di “ottimo”. O almeno è quello che ci auguriamo.

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Viva LA Donna

Viva LA Donna

NAPOLI (di Luca Delgado) – La Costituzione Italiana del 1948, ha sancito come principio fondamentale dell’ordinamento democratico italiano, l’uguaglianza tra l’uomo e la donna. In questo Paese, dove il femminismo è partito in ritardo rispetto ad altri Paesi Europei (strano, si dirà), la questione della parità di diritti sembrerebbe ormai superata. Ma non è così e purtroppo lo sappiamo. Esiste ad esempio un problema oggettivo della nostra lingua, che ancora fortemente discrimina quello che ancora chiamiamo, usando una connotazione trecentesca, gentil sesso.

Viva la donnaNel riferirci alle donne cioè, soprattutto se queste ricoprono un ruolo pubblico, la nostra percezione è tutt’altro che paritaria. Un esempio? Gli uomini politici li chiamiamo per nome: Berlusconi, Renzi, Napolitano, Putin, Obama. Ci basta. Per le donne, no. Per una sorta di timore di essere fraintesi, dobbiamo aggiungere il nome: Laura Boldrini, Mara Carfagna, Emma Bonino, Angela Merkel. Per gli scrittori, il meccanismo è uguale: Manzoni, Ungaretti, Saviano, Baricco. Per le scrittrici: Grazia Deledda, Alda Merini, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini.
Se anche si volesse saltare il nome, per economica di caratteri e tempo, useremmo comunque l’articolo: LA Boldrini, LA Carfagna, LA Bonino, LA Merkel. Non diremmo mai: “hai ascoltato l’intervista a Merkel?”; diremmo probabilmente “hai ascoltato l’intervista alla Merkel?”. Ma potremmo tranquillamente chiedere a qualcuno: “hai letto il romanzo di Saviano?”. Alla luce di questo ragionamento, resta quindi qualche interrogativo: perchè questa sciocca discriminazione? E ancora, uomini come Borghezio e Calderoli e donne come Angela Merkel e Hillary Clinton, in quanto esseri umani e personaggi politici, non meritano forse lo stesso rispetto?
Beh, forse no.

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Cécile Kyenge, il primo ministro di colore. Quale colore?

Cécile Kyenge, il primo ministro di colore. Quale colore?

NAPOLI (di Luca Delgado) – L’espressione “uomo di colore”, in Italia è ancora molto utilizzata. Quotidiani come il Corriere della Sera, il primo quotidiano italiano cioè, giornalisti di una certa fama della tv e della carta stampata, abusano di quella espressione, con la convinzione che si tratti di una forma di rispetto per i neri.

Cécile Kyenge (2)

Cécile Kyenge

La nomina di Cécile Kyenge, il nuovo ministro per l’Integrazione, è stata ovunque battezzata (su Il Corriere della Sera, il Messaggero, il Fatto Quotidiano, il Sole 24 Ore, tanto per fare qualche esempio),come la prima nomina di un ministro “di colore” della Repubblica Italiana.
Persino uno scrittore del calibro di Roberto Saviano, sempre attento nella scelta delle parole, non molto tempo fa, ha sponsorizzato la candidatura di Yvan Sagnet come “primo sindaco di colore” per il comune di Castelvolturno.

Pochissime persone si pongono il problema; il riferimento al colore della pelle dei neri come semplicemente “di colore”, non accende nessuna lampadina.

Ad esempio, quale colore? Eppure quella espressione, che traduce l’inglese americano degli anni ’60 (del 1800!), quando cioè ci si riferiva ai “black men” come “colored men”, negli States è caduta in disuso da almeno 40 anni. Siamo un Paese prettamente etnocentrico, forse il più etnocentrico dei cosiddetti Paesi occidentali, ma forse è giunta l’ora di porsela quella domanda: se dico “di colore”, a quale colore mi riferisco? Perché dire “nero” dovrebbe offendere qualcuno?

Questa osservazione, banalissima tra l’altro, che non aprirebbe nessun dibattito in nessun altro Paese del mondo, bisogna farla in Italia, bisogna rifletterci su, bisogna che se ne parli. Viene in mente il racconto “i vestiti nuovi dell’Imperatore”, quando di fronte al re, che si aggira per la città senza abiti, convinto di indossare un pregiatissimo e leggerissimo vestito, solo un bambino, tra tutti gli astanti ha il coraggio di dire “il re è nudo”. È con lo stesso candore da bambini che diciamo: l’uomo nero esiste. Smettiamola di averne paura.

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Terroni, che simpatia! «Perche terroni è bello!»

Terroni, che simpatia! «Perche terroni è bello!»

NAPOLI (di Luca Delgado) – L’invasione di comici Made in Sud e la nota pratica autolesionista dei meridionali, hanno stabilito, contrariamente a quanto esplicitato dal vocabolario italiano, che la parola “terroni”, tutto sommato, non sia poi tanto dispregiativa. A poco serve una sentenza della Corte di Cassazione che ha riconosciuto in tale termine un’accezione offensiva: «siamo fieri di essere terroni» è ormai una moda, una sorta di nuovo look della celebre Italians do it better, terroni do it much better.

100 terroneLe varianti del termine, quasi vezzeggiative, sono parimenti accettate e mettono il sorriso (amaro) sulle labbra: terroncino, terroncello, terrunciello, basta fare un giro per la rete per scoprire le più simpatiche proposte. È bene allora ricordare a cosa ci si riferisce con tale appellativo: si va dalla crasi di “terra” e “meridione”, dalla quale la parola sembra abbia origine, ad una connotazione di ignorante, cafone, sporco, lurido, maleducato, rozzo, indolente, scansafatiche, volgare, truffaldino, ladro… la lista è davvero lunga, troppo lunga per poterla riproporre in poche righe. Ci si puo vantare di essere tutto ciò?

Immaginiamo se per assurdo, una parola ugualmente discriminatoria, venisse utilizzata per vantarsi della propria natura, come per esempio fieri di essere negri, oppure fieri di essere checche: non funziona, quelle parole si portano dietro troppa ignoranza per poter essere accettate.

Eppure continueremo a vedere in giro simpatici connazionali, con t-shirt 100% terroni, gruppi su FB che raccolgono il terrone Pride, presunti comici che strappano risate pazzesche (?) alla cinquecentesima ripetizione del motto «Perchè terroni è bello». La fiera della stupidità.

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