Archivio | Editoriali

Prima si va alle elezioni e meglio sarà per tutti

Prima si va alle elezioni e meglio sarà per tutti

(di Bruno Steri) –  Repetita iuvant, così pensavano i nostri antenati latini. E noi – per andare al nocciolo della nostra opposizione alla prospettiva di un “governo di emergenza” guidato da Mario Monti – proviamo a ribadire quel che da tempo andiamo dicendo. Lo facciamo ricapitolando rapidamente le tappe della catastrofica gestione della crisi greca da parte dell’Unione Europea. Verso la fine del dicembre 2009, i declassamenti a catena decisi dalle agenzie di rating (inaugurati da Fitch) prefigurano per la prima volta la possibilità del fallimento (default) di uno Stato dell’Eurozona e inducono Bruxelles a intervenire (maggio 2010) con un piano di “aiuti” al Paese ellenico di 110 miliardi di euro in tre anni, in cambio di draconiane misure di austerity per 30 miliardi. Quello stesso mese, l’Ue attiva il cosiddetto Fondo salva-stati (Efsf) con una dotazione finanziaria di 250 miliardi di euro. Niente da fare. La Grecia sprofonda e il rischio-contagio aumenta. Nel 2010, il suo deficit rimane ben sopra il 10% di un Pil che continua a contrarsi. Non ci vuole molto a capire il perché: i tagli alla spesa pubblica falcidiano pensioni, stipendi pubblici, scuola, sanità. Si privatizza tutto quello che c’è da privatizzare, ma il differenziale (spread) tra i titoli greci e quelli tedeschi prosegue ad ampliarsi. Così, proseguono anche i declassamenti, giù fino alla categoria minima CCC. Per evitare il peggio, a luglio 2011 si decide un nuovo pacchetto di “aiuti” per 109 miliardi. Questa volta uno sforzo devono farlo anche i creditori privati, chiamati ad un taglio (haircut) dei loro crediti del 21%: non è considerato un default solo perché, bontà loro, i creditori aderiscono su base volontaria. Altri aiuti, nuova stretta sociale. Ma la musica non cambia, anzi si fa ancor più stridente. La crisi greca non accenna a placarsi: nel 2011 è prevista una contrazione dell’economia greca del 5,5% e un deficit sempre vicino al 10% del Pil. Per le banche creditrici si profilano perdite che vanno ben al di là del 21% e che arrivano al 50% e oltre (per la verità, patimenti attenuati dalla promessa di impegni finanziari finalizzati ad una loro ricapitalizzazione). Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali gli istituti più esposti, con titoli di stato greci in portafoglio, sono quelli francesi e tedeschi. Sono loro, in realtà, i veri destinatari degli “aiuti”. Ricordiamo che l’Unione Europea ha affrontato la crisi, mobilitando tra il 2008 e il 2010 a sostegno degli istituti di credito 4.285 miliardi di euro, equivalenti al 36% del Pil dei 27 Paesi Ue, a fronte dell’assai meno consistente “sostegno” concesso (in cambio di “lacrime e sangue” sociali) ad un’economia greca che rappresenta appena il 2% dell’Eurozona, a parziale e insufficiente copertura del suo debito (che costituisce il 3% del debito totale).
Morale: non si risolve la crisi salassando i popoli a esclusiva tutela dell’establishment finanziario (e della speculazione). I fatti costituiscono un limite invalicabile anche per la più inossidabile ideologia liberista: davanti a noi campeggia infatti un gigantesco problema di equità (e di democrazia); ma anche un problema di efficacia della cura. Non vi può essere una reale inversione di tendenza senza un cambio radicale delle politiche europee: piani pubblici di sviluppo che diano risorse per la promozione sociale e la tutela ambientale, supportati da una Banca centrale in grado di convogliare in tali direzioni il risparmio continentale. Non dirigismo tecnocratico e diktat affama-popoli: pseudo-medicine capaci soltanto di uccidere il paziente. Si dice che l’Italia non è la Grecia. Ed è vero: il nostro Paese ha una struttura produttiva e risorse economiche che il Paese ellenico non ha. Ma occorre sottrarsi ad un’ispirazione economica fallimentare: con ogni evidenza, non è Mario Monti – posto a capo di un governo bipartisan – a poter imboccare una tale strada. In fretta, si renda conto di ciò la sinistra italiana; e si impegni a restituire la parola agli elettori. Meglio sarà per tutti. (Liberazione)

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Perdono gli imprenditori, vincono i padroni

Perdono gli imprenditori, vincono i padroni

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Nuovi scenari per il paese, nulla di buono. Libertà di licenziamento e cancellazione dello Statuto dei lavoratori, riduzione delle retribuzioni per i dipendenti pubblici, blocco delle pensioni di anzianità, aumento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne del settore privato. Un livello così basso non si era mai raggiunto. Tutto ciò rappresenta una nuova guerra al mondo del lavoro: un’offensiva ai diritti e alle tutele del lavoro giustificandola ideologicamente come una indispensabile modernizzazione del mercato del lavoro e, più in generale, della nostra economia. L’attacco all’art.18 non è una novità: Berlusconi ne fu promotore nel 2001, con l’appoggio di Confindustria, il cui presidente di allora era Antonio D’Amato. Quell’operazione venne sconfitta, ma certi “modernizzatori” non si arrendono mai. Intanto, in una crisi come quella in cui vive il nostro paese, in cui 400mila giovani perdono il posto, stando ai dati dello scorso anno, il governo vorrebbe favorire la «flessibilità in uscita», cioè dare alle imprese la libertà di licenziare, per favorire il risanamento e rilanciare l’economia. Un modo semplice per aumentare i licenziamenti in modo esponenziale. Il governo usa a suo favore la debolezza dei sindacati. La frammentazione che vive il mondo del lavoro è un’arma nelle mani di questa classe dirigente. Si prospettano reazioni sociali, nessuno accetti queste provocazioni.

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“Indignatevi” contro ogni violenza

“Indignatevi” contro ogni violenza

Manifestazione degli Indignados a Roma

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Poche centinaia di Black Bloc, solo poche centinaia sono bastate a devastare una città, ma soprattutto le intenzioni pacifiche messe in piazza da migliaia di manifestanti. Tutto questo è bastato a porre  in secondo piano  la rabbia d’una generazione senza futuro e senza più fiducia nelle istituzioni tradizionali, quelle politiche ma soprattutto quelle finanziarie, ritenute responsabili della crisi e anche profittatrici dei danni arrecati al bene comune. In 950 città le manifestazioni sono state assolutamente pacifiche, perché solo qui c’è stato il caos e la devastazione. Eppure le intenzioni dei manifestanti dovrebbero essere legate da valori comuni. Qualcosa non quadra. O forse è tutto chiaro. I Manifestanti che sono scesi in piazza li abbiamo visti: cittadini di ogni età, ma soprattutto giovani, per protestare contro un sistema economico che si preoccupa di salvare le banche prima dei cittadini. Sono i cosiddetti «Indignati», che hanno preso il nome dai manifestanti spagnoli che in primavera hanno occupato la Puerta del Sol a Madrid per denunciare la disoccupazione crescente, la precarietà dilagante e i privilegi della casta economica e di quella finanziaria.

Mentre a New York i ragazzi avevano distintivi pacifisti e simbolicamente erano armati solo di scope e spazzoloni per pulire, da noi indossavano caschi e erano armati di bombe carta. La colonna sonora a Manhattan è quella del tamburino che suona i bonghi (e il dibattito tra le tende è se debba fermarsi dopo pranzo per non disturbare chi riposa nelle case vicine) o dei buddisti che pregano ripetendo «Om». L’odore è quello degli incensi di attempati figli dei fiori.  La nostra colonna sonora invece, come troppe volte nella storia italiana, è quella delle sirene dei blindati di polizia e carabinieri, dei rotori degli elicotteri che sorvolano gli scontri e delle esplosioni, mentre l’odore è quello acre dei lacrimogeni o del fumo delle auto incendiate. Perché è accaduto a Roma, perché è accaduto solo da noi? Se meditiamo su questo troveremo amare risposte.

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I Santi non votano (questo governo)

I Santi non votano (questo governo)

Il sangue di San Gennaro

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Se riuscissimo a controllare i miracoli, così come vorrebbe il nostro governo, ne avremmo a dozzine, ma bisognerebbe dirglielo ai signori della “classe dirigente” che non funziona così. Perché andare a turbare la quiete dei santi? Beh certo, d’altronde i santi non votano, perché averne considerazione. La politica in questi anni ha fallito, continua a fare danni irreparabili. Oggi anche i santi dovrebbero mettersi a servizio del padrone, perché è chiaro, è di padroni che si parla. Padroni ai quali dobbiamo sottostare quando il deficit aumenta,  quando i diritti costano più del dovuto, quando i privilegi di alcuni li paga la povera gente del nostro paese. Il miracolo di San Gennaro, spostarlo alla domenica? Per  molti non sarebbe una cattiva idea, ma a patto che anche noi potessimo decidere cosa questa classe dirigente dovrebbe fare. Quali benefici apportare alla società civile, quali norme sarebbero veramente efficienti, quali politici dovrebbero dimettersi. Anticipo una risposta ad un quesito che vi state ponendo: “Ma li abbiamo voluti noi”; ma è anche vero che con leggi elettorali ad hoc si controlla facilmente il gioco. Intanto conviene non riflettere, potremmo annoiare chi legge; parliamoci chiaro, la pazienza ha un limite, non siamo dei santi, consapevoli però che stiamo iniziando a seccare anche loro.

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Strage di Bologna, per non dimenticare

Strage di Bologna, per non dimenticare

La strage di Bologna

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Una data da ricordare, una missione da compiere. Mai più. Ma se avessimo la certezza che tutto ciò possa non accadere più sarebbe facile. Era il 2 agosto del 1980. I brividi, oltre che per l’accaduto, per il tentativo di lasciare impuniti i colpevoli. Trentuno anni fa, ma per tanti un ricordo vivo.

“Loro al Governo, noi all’ergastolo”. E’ l’articolo comparso sul corriere della sera nel lontano 12 giugno 1994 in cui gli esecutori materiali della strage della stazione di Bologna mantengono la memoria fresca ai loro camerati di un tempo, la comune appartenenza, evidentemente mai del tutto recisa, ad un album di famiglia eversivo e violento, in una logica ricattatoria che probabilmente ha sortito gli effetti sperati; a partire da quell’intervista molteplici e diversificati i tentativi di offuscare le scottanti verità giudiziarie definitivamente acquisite e le porte del carcere per i due pluriomicidi e stragisti si sono aperte definitivamente.

Per impedire agli inquirenti di arrivare alla verità, si cominciò a depistare fin dal minuto successivo allo scoppio della bomba e i depistaggi sono continuati nel corso delle indagini e dei processi. Si depistava affannosamente per difendere gli imputati, in modo da complicare le indagini, far dimenticare e rendere più facile l’impunità degli autori e dei mandanti. Si depistava perché i giudici avevano imboccato la strada giusta, si depistava per timore che coloro che erano stati incarcerati, raccontassero la verità.

I colpevoli di allora, i terroristi neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, furono quelli che collocarono materialmente l’ordigno in stazione.

Sono i nomi del capo della Loggia Massonica P2 Licio Gelli, del faccendiere Francesco Pazienza, del generale Musumeci e del colonnello Belmonte, entrambi posti ai vertici del SISMI e iscritti alla Loggia Massonica P2, che si adoperarono in ogni modo per inquinare i processi e sviare le indagini dalla pista neofascista italiana. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati complessivamente a 15 ergastoli e a più di duecento anni di carcere, hanno scontato soltanto due mesi di detenzione per ogni morte causata.

Questi individui sono inoltre stati premiati anche con il silenzio dei mass media su tutti i feroci reati commessi e, ben pochi, sono i giornalisti coraggiosi che vanno contro corrente e ricordano ai cittadini il loro lunghissimo e sconvolgente curriculum criminale. Tutti, pur se condannati, non hanno mai completamente pagato per le atrocità commesse e sono da anni in libertà.

Fa male ricordare, ma è bene non dimenticare.

 

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“L’uomo sbagliato” di Beppe Fiorello, la Rai sbaglia il momento

“L’uomo sbagliato” di Beppe Fiorello, la Rai sbaglia il momento

Scena del film l'uomo sbagliato

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – E’ proprio l’attore “giusto” per “L’Uomo Sbagliato”, ma è sicuramente il momento sbagliato per proiettare una finzione televisiva del genere, in prima serata a Rai uno. Un film sviluppato con superficialità nell’intreccio, con la volontà di svalorizzare il lavoro attento che i magistrati svolgono nel quotidiano. In un momento storico come questo, in cui la politica e la magistratura non vivono un sano equilibrio. Ma non a tutti manca il senso critico per comprendere che i film televisivi nascono ad hoc. Tutti sanno degli errori giudiziari legati al caso Tortora e a Daniele Barillà, ma perché creare una storia di fantasia e non parlare di questo o quel caso specifico? Perché evitare di affrontare problematiche legate alle strategie di governo per “allungare” o “accorciare” i processi a seconda dei reati commessi dalla classe dirigente? Troppe volte viene ripetuta dagli attori:  “Fare i processi costa al contribuente….” Ed ancora: “…non si può perdere altro tempo perché tutto ciò ha un costo”. Sicuramente si risparmierebbe se i processi non si facessero, ma sappiamo che ciò è impossibile in uno “Stato di diritto”.

Ma riassumendo la trama: La fiction, per la regia di Stefano Reali, è liberamente ispirata a vicende di cronaca di famosi errori giudiziari, da Enzo Tortora a Daniele Barillà, a tanti altri. Gli autori hanno ideato e scritto, su tali basi, “una storia di fantasia”, i cui protagonisti, principali e secondari, non rappresentano persone o fatti realmente esistenti.

Daniele Baroni (Beppe Fiorello) è un giovane sui trentacinque anni e dirige un’avviata sartoria. Ha deciso di sposarsi e la sua vita procede normale come quella di tanti. Un giorno, mentre ritorna a casa, è coinvolto in un pedinamento dei Ros. La sua auto infatti, una Tipo amaranto, è identica a quella di Alex Casoria, un pericoloso narcotrafficante a cui i carabinieri stanno danno la caccia da settimane. Lo sfortunato scambio di auto avviene in un lampo, ad insaputa di tutti e Daniele finisce in manette al posto di Casoria. Daniele grida inutilmente la sua innocenza ma è l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Troppe coincidenze, infatti, smentiscono al processo il suo alibi.

Pedinamenti, verbali, testimonianze errate, tutto sembra condurre fatalmente alla sua colpevolezza, ma è l’evidente flagranza di reato, sostenuta dalla parola del gruppo di carabinieri che lo hanno seguito e arrestato, a cancellare ogni speranza di libertà. Il sistema giudiziario, con i suoi oliati ma gelidi ingranaggi, non può che stringere inevitabilmente le sue maglie su Daniele, condannandolo così a quindici anni di detenzione. Per Daniele è l’inizio di un calvario. Al primo processo viene ritenuto colpevole e la pena è di quindici anni di reclusione. Lo sconforto è grande ma Daniele non si arrende ed inizia la sua lotta contro quella che sembra essere l’evidenza ma non è la verità: scrive a tutti i ministri e persino al Presidente della Repubblica, senza però ottenere risultati. Intanto a casa la situazione degenera: l’avvocato costa e la sartoria messa su negli anni da Daniele sta fallendo. La famiglia è in grave crisi economica. Ormai preso dalla disperazione Daniele tenta i suicidio.

Proprio quando tutto sembra perso il sistema giudiziario dimostra di avere gli anticorpi e qualcuno sembra interessarsi ai fatti: è una giovane PM, Erika Schneider che, notando delle irregolarità nei metodi del Maggiore Quinto, capo dell’operazione che vede coinvolto Baroni, decide di indagare e fare chiarezza in una storia che forse è meno chiara di quello che sembra. Erika studia il caso e decide di aprire un inchiesta nei confronti di Quinto, ma la cosa non è affatto facile: in molti cercano di distoglierla da questa impresa. Erika però non si arrende e unisce le sue forze a quelle di Daniele che intanto familiarizza con Squarciò il super Boss del narcotraffico e ex-capo di Casoria.

 

L’inchiesta portata avanti da Erika conferma un certa disinvoltura nel modo di condurre le investigazioni giudiziarie del Maggiore Quinto che, per questo motivo, viene messo sotto inchiesta. Finalmente tutti i tasselli sembrano andare al proprio posto: alcuni pentiti, alcune prove sottovalutate e nuovi elementi di cui non si era tenuto conto fanno muovere le cose. Il clamoroso processo di revisione inizia e Erika dimostra che, seppur in buona fede, il Maggiore Quinto ha commesso degli errori. Le difficoltà incontrate nel corso del processo sono molteplici ma, alla fine Daniele viene scagionato. Sono passati otto anni, otto anni di inferno, le cose fuori sono cambiate, ma ad aspettarlo c’è Cristiana ed una vita insieme a lei, libero ed innocente.

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La raffinatezza delle tangenti

La raffinatezza delle tangenti

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Uno stralcio di storia: lo scandalo P2, Tangentopoli, i “fatti di mafia, camorra e ‘ndrangheta”, il regime berlusconiano con gli scandali dei lavori per il G8, la cricca, la P3, la P4. Il sistema delle tangenti non muore mai, si trasforma. Le tangenti non vengono corrisposte più all’individuo, ma al sistema. Una condizione sociale che la camorra e la mafia avevano capito già da tempo; anche a Napoli si parla di sistema, in Sicilia di “picciotti”, e la politica italiana riesce sempre a prendere il meglio della nostra società. La malavita che si impadronisce della politica. Non tutto è coinvolto, ma non tutto è immune.

Nel Pd si allarga a macchia d’olio una questione morale che ha i suoi epicentri nei casi Tedesco e Penati. Tedesco si salva, ma apre nel partito una resa dei conti guidata dalla presidente del Pd Rosy Bindi contro lo stesso Tedesco, a cui ha chiesto invano di dimettersi per farsi arrestare. Il secondo, già capo della segreteria di Bersani, è invece circondato da una strana forma di solidarietà interna, malgrado la gravità delle accuse nei suoi confronti (le ultime: tangenti al ritmo di venti-trenta milioni di lire al mese), del tutto assente verso Tedesco.

E sul caso Bisignani, perché fisdarsi di un pregiudicato come lui? Semplice la risposta, perché nella deriva del regime berlusconiano, tutti i protagonisti della vita politica di questi ultimi 17 anni, da quando il cavaliere Berlusconi è entrato in politica, nonostante le diversità apparenti di destra, centro e sinistra, avevano tutti bisogno di una “stanza di compensazione”, di un “mediatore” e di un “incubatore”, che fosse esterno dalle loro istanze ufficiali di partiti, banche, imprese, istituzioni. E che godesse di entrature riservate, dirette e fuori dalle logiche di schieramento in Vaticano. Una condizione gattopardesca per dirla come forse suggerirebbe Giuseppe Tommasi, “tutto cambi affinchè nulla cambi”.

 

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Quel che serve davvero al Paese: riorientare la politica economica

Quel che serve davvero al Paese: riorientare la politica economica

ROMA (di Mario Monti) – A lungo esorcizzata, la crisi dell’Eurozona ha finito per bussare, con una certa brutalità, anche alla porta dell’Italia.

A differenza della Grecia, da diversi anni l’Italia è riuscita a mettere il disavanzo pubblico sotto controllo.

Il rigore nei conti pubblici è stata una condizione essenziale per la sostenibilità e la graduale riduzione dell’alto rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo. A differenza dell’Irlanda, l’Italia ha visto le sue banche colpite solo moderatamente dalla crisi, il che ha evitato grossi oneri per salvataggi a carico del bilancio pubblico. A differenza della Spagna, dove la fine del boom edilizio ha causato una profonda recessione e dissesti finanziari, l’Italia non si era caratterizzata per un eccesso di espansione né nelle costruzioni né nell’indebitamento del settore privato.

Ma allora perché l’Italia, nelle ultime settimane, è stata colpita da improvvisa sfiducia, espressa con parole dalle agenzie di rating e con fatti dai mercati, in una pericolosa interazione tra i due? La risposta si trova, ritengo, nella combinazione di due fattori. Il primo è la tendenza ad andare alle calende greche, anche se questa si è manifestata, stranamente, più a Bruxelles che ad Atene. Il secondo fattore è stato un certo revival della commedia all’italiana, naturalmente a Roma.
Sarebbe ingiusto negare che la risposta dell’Unione Europea alla crisi greca sia stata vigorosa e abbastanza coordinata. Ma la cacofonia delle dichiarazioni dei leader dei principali Stati membri, dell’Eurogruppo e della Banca centrale europea, e la difficoltà di trovare un rapido accordo sulla strategia per risolvere la crisi accrescono nei mercati la voglia di mettere a prova su nuovi fronti la capacità di reazione dell’Ue.

Il nuovo fronte avrebbe potuto essere la Spagna. I problemi che essa presenta non sono certo inferiori a quelli dell’Italia. Se per ora il target è stato l’Italia – un target che, per dimensione e anzianità di appartenenza all’Ue, rappresenta un test più severo sulla capacità di resistenza del nucleo centrale dell’eurozona – lo si deve probabilmente alle crescenti fibrillazioni nella maggioranza che fa capo al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Per quanto spiacevoli e forse non pienamente giustificate dai fondamentali, le recenti prese di posizione delle agenzie di rating e dei mercati contro l’Italia hanno destato un immediato senso di urgenza, che ricorda certe crisi degli anni precedenti all’introduzione dell’euro. Ispirata e promossa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la reazione è stata pronta e ispirata ad una coesione che non si vedeva da tempo. Dato che la «manovra» del ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, pur criticata sotto altri profili, è dai più considerata necessaria per rassicurare l’Unione Europea e i mercati, i partiti di opposizione si sono impegnati a non ritardare la discussione parlamentare in modo che l’approvazione possa intervenire già domani, a velocità record anche sul piano internazionale. A sua volta, la maggioranza dovrebbe accettare alcuni emendamenti proposti dalle opposizioni.

È un peccato che ci sia voluto un «forte attacco» da parte di «una cospirazione di speculatori» – così ritengono molti italiani – perché il sistema politico avesse un soprassalto di consapevolezza dell’interesse generale e di senso di responsabilità comune. Ma certo si può dire che la reazione di cui ha dato prova l’Italia è stata davvero notevole. Tanto più in un Paese nel quale pochi avrebbero scommesso di vedere una reazione così mentre molti hanno in effetti «scommesso», muovendo i loro fondi contro l’Italia, che questa reazione non ci sarebbe stata.

Porrà questo fine alle pene dell’Italia? Certamente no, anche nel casi in cui la speculazione dovesse mostrarsi meno massiccia per qualche tempo. È necessario un riorientamento fondamentale della politica economica dell’Italia.

È essenziale insistere sulla linea della disciplina fiscale, che il ministro Tremonti sta perseguendo con determinazione e se mai assicurarsi che essa venga rafforzata nell’esecuzione. Ma è altrettanto essenziale abbandonare la politica, e perfino la filosofia, seguita dal ministro Tremonti nei tre governi Berlusconi a su un’altra questione decisiva: che è di importanza vitale per l’Italia far aumentare la produttività complessiva dei fattori produttivi, la competitività e la crescita; e ridurre le disuguaglianze sociali.

Ciò deve essere conseguito, ovviamente, non allentando la disciplina di bilancio – come esponenti autorevoli del governo e della maggioranza chiedono con insistenza al ministro Tremonti – ma rimuovendo gli ostacoli strutturali alla crescita. Essi sono numerosi e ben radicati in molti settori. Una cosa hanno in comune: derivano dal corporativismo e da insufficiente concorrenza. Questo è dovuto in parte al fatto che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, e altre autorità di regolazione, non hanno sufficienti poteri, indipendenza effettiva e risorse; in parte ad una fitta selva di restrizioni alla concorrenza introdotte negli anni da provvedimenti legislativi e amministrativi.

Tale strategia per la crescita – simile del resto a quella necessaria a livello dell’Ue, cioè non allentamento della disciplina di bilancio ma iniziative ambiziose per rendere l’economia europea più competitiva attraverso una maggiore integrazione dei mercati, compresi investimenti nelle interconnessioni per realizzare davvero il mercato unico – non è vista con favore dalle culture politiche tradizionali in Italia, di destra e di sinistra. Ma questa è la prossima grande sfida per l’Italia, come mette in luce anche la Commissione Europea nelle sue recenti raccomandazioni. Dopo tutto, perfino le agenzie di rating, che di solito privilegiano gli aspetti finanziari e di breve periodo, nei loro giudizi preoccupati sull’Italia hanno per la prima volta dato grande peso alla mancanza di adeguate politiche per la crescita, dato che questa è, tra l’altro, essenziale per rendere sostenibili i miglioramenti conseguiti nella finanza pubblica. (Corriere della Sera)

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Un colpo ai piccoli patrimoni

Un colpo ai piccoli patrimoni

(di Mario Deaglio) – Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani» recitava uno slogan elettorale di grande effetto di questa maggioranza. Evidentemente il conto titoli non deve far parte di questa «tasca», sempre più vuota, dal momento che un «colpo di coda» della manovra fa passare da 34 a 120 euro l’imposta di bollo che grava sul conto titoli, obbligatorio per chi voglia gestire minimamente i propri risparmi, anche solo acquistando titoli di Stato.

I provvedimenti di questa manovra si prestano a giudizi variegati, qualcuno è ragionevole, qualcuno è pessimo, molti sono discutibili. Questo però è addirittura odioso. Perché farà grandi danni su piccolissimi patrimoni, succhiando via, in questi tempi di rendimenti microscopici, gran parte dei micro-interessi percepiti da milioni di persone; perché frustrerà irriterà, deluderà chi ha la possibilità di mettere da parte qualcosa in questi tempi difficili per un gran numero di famiglie, offendendone la dignità prima ancora di farne calare il reddito; perché è manifestamente iniquo in quanto questo balzello fisso peserà proporzionalmente di più su chi è riuscito a metter meno soldi da parte. Passi infatti l’aumento a 380 euro del bollo per i depositi in titoli superiori a 50 mila euro, certamente molto pesante per chi supera di poco questa cifra, mentre è quasi irrilevante per i grandi patrimoni, ma andarsela a prendere con i meno abbienti riveste un particolare carattere di odiosità.

Perché un ministro tutto sommato cauto, che si sforza di essere equilibrato, ha potuto compiere un errore del genere? Si può solo pensare a una situazione di grande disordine, grande confusione, grandi contrasti per cui la manovra diventa un enorme calderone di cui nessuno controlla più gli ingredienti; come è successo per la «norma Fininvest».

La «norma Fininvest» è stata ritirata in tempo, mentre il superbollo per i risparmiatori dovrebbe essere sulla «Gazzetta Ufficiale» di questa mattina. Non rimane da augurarsi che le Camere lo cancellino subito e senza contrasti. Con una raccomandazione al ministro Tremonti: per favore, abolisca la Giornata del Risparmio, oppure, se non ci riesce, alle celebrazioni del risparmio non ci vada mai più. (La Stampa)

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L’Italia “non ripudia la guerra”

L’Italia “non ripudia la guerra”

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Ancora una volta si calpesta la costituzione. Ma quando c’è l’abitudine ad uno stato di cose, non ci sconvolgiamo più.  Art. 11, “L’italia ripudia la guerra”, ma il paese è in guerra che si continua a morire.

La salma del caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo, ucciso lo scorso sabato in Afghanistan giunge nella capitale. Onori al valore e presenze istituzionali. Avremmo voluto vedere altri militari su quell’aereo, che tornavano da moglie e figli, immaginando in questo modo la fine di un conflitto. Per ora resta un sogno. I militari sono ancora lì, a sparare senza odio ma per mestiere, ad attendere che qualcosa possa cambiare. Un conflitto, quello in Afghanistan, di cui si prende consapevolezza solo periodicamente, quando i nostri soldati cadono. Fra una tragedia e l’altra, silenzio e disinteresse.

«La politica si nasconde dietro alla lotta al terrorismo, alla legittimazione della missione da parte delle Nazioni Unite e al non superamento dei limiti imposti dall’art. 11 della Costituzione. Punti condivisibili, ma insufficienti a dare le necessarie e indilazionabili risposte alla domanda fondamentale: perché e con quali obiettivi siamo in Afghanistan?». L’errore principale della missione è nel mancato o insufficiente coinvolgimento della popolazione afghana: Si è voluto puntare soprattutto sull’azione militare ed è al contempo mancata una strategia di sviluppo rispondente e ai reali bisogni e alle aspettative delle popolazioni.

Davvero viene da chiedersi se una nazione dalle profonde radici cristiane – come viene descritta l’Italia – possa accettare di annoverare tra le numerose «guerre dimenticate» anche un conflitto che essa stessa sta combattendo, oltretutto senza sapere bene perché.

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