di Teodoro Chiarelli – Ancora una fumata nera, a dispetto di tutto e di tutti. La nomina del presidente della Consob, l’autorità di controllo per le società e la Borsa, slitta a dopo le vacanze estive. Ieri in Consiglio dei ministri non si sono evidentemente create le condizioni per l’incoronazione di Antonio Catricalà, attuale numero uno dell’Antitrust, considerato in pole position per l’importante incarico. Tanto in pole e così tanto sponsorizzato dal sottosegretario Gianni Letta, da spingere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti in un’intervista al Sole 24 Ore a dare inopinatamente per conclusa la pratica nel vertice ministeriale di ieri. Presi dallo scontro interno al Pdl e dalla battaglia con il cofondatore ribelle Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi e i suoi non hanno invece trovato il tempo o, più probabilmente, le convenienze politiche per procedere alla nomina.
C’è chi avrebbe fatto notare, infatti, che il trasloco di Catricalà dall’Antitrust alla Consob avrebbe aperto automaticamente il problema dell’Autorità che vigila sulla concorrenza (e questo sarebbe il meno), chiamando in ballo, e quindi attribuendo un ruolo, proprio all’odiato Fini. La designazione del presidente dell’Antitrust, infatti, compete ai vertici di Senato e Camera, ovvero a Renato Schifani e, appunto, all’ex presidente di An. Per Fini sarebbe un’indubbia occasione di conquistare nuovi spazi e visibilità nella nomina di uno dei gangli vitali del sistema economico. Meglio, molto meglio, evitare ulteriore carne al fuoco (e possibili, sgradite, sorprese).
Il segnale mandato al mercato e agli operatori economici nazionali e, soprattutto, internazionali, è però devastante. L’interesse fondamentale degli investitori di un Paese che vuole rimanere fra i leader dell’economia globale viene di fatto calpestato in nome dei piccoli interessi di bottega del teatrino politico. Lasciare sguarnito (oltre al presidente manca un altro commissario) e acefalo il fortino che dovrebbe sorvegliare sul corretto andamento della Borsa e dei suoi attori è inqualificabile oltre che molto pericoloso. Qualcuno dirà che tanto siamo in estate e che il sistema è in una sorta di stand-by. Niente di più sbagliato, basti ricordare le scalate agostane negli Anni Ottanta a Bi-Invest e Montedison. A settembre poi sono previsti importanti appuntamenti: primo fra tutti l’assemblea degli azionisti Fiat chiamati ad approvare l’attesissima scissione fra l’auto e le altre attività. Un’operazione alla quale la Consob dovrà dare il suo via libera.
Il presidio della Consob è troppo importante per essere trattato alla stregua di uno dei tanti enti lottizzati. Soprattutto in un Paese che ha vissuto impotente le stagioni dei crac Cirio e Parmalat. Allora si parlò in termini reboanti di rafforzare l’istituzione Consob, per altro in quelle occasioni a dir poco distratta, sul modello della Sec americana. Ma il ruolo di «investor’s advocate» (paladino degli investitori) presente nel motto dell’Authority Usa resta, in casa nostra, una chimera. Per di più, dal 25 giugno, senza testa. (La Stampa)






